Recensioni

7.2

Ironia degli eventi: il libro che Lias Saoudi ha scritto a quattro mani ha come sottotitolo Fat White Family and the Miracle of Failure. Il miracolo del fallimento. Tenendo presente che la band è uscita a pezzi dalla lavorazione di questo quarto album, sarebbe una chiosa perfetta: così forte, paradossale e azzeccata che, più che profetica, sembrava proprio scritta apposta, sapendo tutto quello che è successo prima della pubblicazione e di cui ci ha accennato anche lo stesso cantante in sede di intervista, in una maniera stranamente metaforica ma che rende l’idea anche meglio di una cronaca dettagliata.

Nel recensire Serfs Up! quattro anni fa, notavamo che fosse il primo disco del gruppo che ci convinceva in pieno, dall’inizio alla fine. «Hanno deciso che cosa fare da grandi, forse. E chissà che questo “grandi” non voglia dire poi grandi per davvero.» Questo salto definitivo verso l’essere grandi comunque lo si voglia leggere – se “adulti” oppure “popolari” – rimarrà probabilmente interrotto o congelato, ma non sarebbe stato questo il nostro nuovo pronostico se ci fossimo limitati all’ascolto di Forgiveness Is Yours senza conoscerne tutti i retroscena.

Lo stile del gruppo ormai chiaro – delirante e schizofrenico nell’insieme quanto centrato quando si tratta di manipolare ogni volta una materia sonora per diversa per piegarla alle proprie ironiche provocazioni – si apprezza allo stesso modo che in Serfs Up!, a partire dalla lunga serie di anticipazioni hanno preceduta l’uscita, come si usa di solito per i dischi importanti. Lo slow di Religion for One, un po’ Nick Cave e un po’ trip-hop d’atmosfera, il funk elettronico ultra-kitsch di Bullet of Dignity e quella farneticante trovata spoken word-rumorista di Today You Become Man sono tre chicche da antologia – almeno per quello che riguarda il migliore repertorio della band –, da ascoltare-vedere necessariamente in abbinamento con i videoclip curatissimi con cui formano un unico blocco concettuale (lo stesso vale per Work, anche quello un piccolo film).

Il mosaico dell’album completo mostra altri tasselli bizzarri che lasciano disorientati come in uno di quei quadri surreali fatti di accostamenti incongrui che dell’assurdo fanno uno strumento estetico di provocazione-seduzione nei confronti del loro pubblico. Uno strumento che può essere sottile e corrosivo o blaterante ed eccessivo. Clamoroso cominciare con quello che sembra un ripescaggio da un disco folk-rock inglese degli anni ’70, The Archivist, e con la sbilenca psichedelia rétro di John Lennon, un azzardo persino per questi finti buontemponi. Ma la strategia più azzeccata è quasi sempre lo straniamento di elementi accattivanti e sfacciatamente camp, il miagolio da Prince su un mix di Nine Inch Nails e Beck di Poligamy Is Only for the Chief – il brano più carico in cui schiaffano momenti di pura aggressione rumor-ritmica –, il furbo ma incontenibile cyber-soul di Feed My Horse o la morbidezza infida di Visions of Pain.

L’album conferma quanto di buono avevamo scritto ai tempi di Serfs Up!. Sarebbe un vero peccato se finisse tutto qui. Di gruppi con questa attitudine la scena di oggi avrebbe bisogno. Tanto più se pensiamo che quanto fatto dai Fat White Family fino a Forgiveness Is Yours lascia comunque una sensazione, non di incompiutezza, ma di un potenziale ancora evolvibile e sicuramente in positivo. O forse questo potrebbe essere questo il massimo: una band imprevedibile potrebbe diventare alla lunga il suo contrario. Per una delle presenze più sfuggenti della scena musicale contemporanea – specie di quella tendente al pop – rimarrebbe allora comunque il rimpianto, non la delusione.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette