Lias Saoudi dei Fat White Family, ritaglio della foto di Spela Cadilnik (2024)

We all live in a black submarine… Intervista ai Fat White Family

La conversazione con Lias Saoudi, frontman dei Fat White Family, avvenuta ha preso una piega imprevista, addirittura “apocalittica”. Non si parlava soltanto delle separazioni dolorose e delle difficoltà in seno al suo gruppo. Lias da tipo schietto come sembra non ha nascosto lo stato precario in cui versa il collettivo – alla cui guida è rimasto praticamente da solo.

L’album Forgiveness Is Yours, uscito ormai da qualche mese, ha confermato nonostante tutto le qualità di un progetto il cui status ai confini tra il culto e una dimensione più popolare sembrava preludere al grande salto. Non sappiamo che succederà dopo la fuoriuscita polemica di Saul Adamczewski e i rapporti tesi tra Lias e suo fratello Nathan. Per descrivere una situazione così delicata non ci saremmo comunque immaginati il paragone cinematografico insolito con un film di guerra visto dalla parte del nemico per antonomasia (i nazi).

Le visioni distopiche di un futuro in cui vivremo tutti in bozzoli virtuali sono anche queste materia inconsueta per un’intervista; però sono in linea con certe uscite polemiche per cui Lias è parimenti famoso – vedi quella recente sugli Idles al festival di Glastonbury – e, vi assicuro, anche con i termini in cui gli studiosi di storia e intelligenza artificiale vedono il prossimo nostro futuro.

Chissà se quella catastrofe necessaria per l’umanità che immagina Liam sarà lo spunto per un suo nuovo libro (se la band appare in bilico lui la stasi non sa cos’è, preso tra mille altri sbocchi creativi: musica, ancora musica e appunto scrittura). Se fosse così saremmo veramente curiosi di leggerlo. Intanto lo vediamo e lo sentiamo parlare dal suo appartamento. Anche alle domande più aperte o di routine il cantante dei Fat Whites risponde in modo franco: nessuna condiscendenza di troppo – per gli altri ma nemmeno per sé.

Tra il disco precedente dei Fat White Family, Serfs Up!, e quest’ultimo sono successe molte cose, e non tutte piacevoli. Come le hai vissute dalla tua prospettiva e che sensazioni provi in questo momento?

Dalla mia prospettiva, è stato un po’ come… hai visto quel film, Das Boot [in italiano U-Boot 96, NdSA]…? È un film di Wolfgang Petersen, parla dell’equipaggio di un sottomarino tedesco durante la seconda guerra mondiale. Siamo alla fine della guerra, loro sanno che probabilmente perderanno. Non sono ancora sicuri, ma la fiducia in Hitler e nel Reich sta scomparendo. Sono in guerra da anni, hanno fatto l’abitudine a combattere ma mentalmente sono sull’orlo di una crisi di nervi, sai, sempre gli stessi uomini che viaggiano per l’Atlantico dentro un tubo di acciaio mezzo scassato cercando di ammazzare chiunque gli capita di fronte prima che gli altri li uccidano. Così vanno da un disastro all’altro ma ogni volta ritornano a combattere da eroi. E alla fine contro tutto e tutti tornano al loro paese, e si dividono, e l’intero equipaggio muore sotto un bombardamento alleato. Tre ore e mezza di viaggio eroico che finiscono con la morte più banale. Viene naturale provare empatia: non vedi quasi mai film di guerra dalla parte dei tedeschi, e il loro punto di vista può essere anche più affascinante di quello degli Alleati. Perché la guerra è una merda per tutti. Ma se la combatti e poi la perdi? Che cosa succede? Berlino è una città dove si fa festa, e anch’io sembravo così mentre lavoravo al disco. Ma per capire tutto, dovresti vedere proprio quel film…

Mi spiazzi perché ammetto di avere ascoltato un ottimo disco, e quindi ne sarai anche orgoglioso, ma tu mi stai parlando di una sconfitta, di qualcosa che hai perso…

Sì ho perso il mio equipaggio, la mia gang, il mio U-boot, è una cosa che va al di là del bene e del male a questo punto, un fatto traumatico per la mia vita con cui ho dovuto fare i conti e con cui sto ancora facendo i conti. Con il terremoto che c’è stato dentro la band, è andato tutto a farsi fottere, sono successe cose veramente brutte e tristi, di cui non voglio nemmeno parlare. È stato un viaggio complicato, con dei momenti molto belli, e altri che non lo sono stati affatto ma alla fine è così… Una volta che hai iniziato qualcosa lo devi anche finire, qualunque cosa significhi. Però [accenna a una piccola risata, NdSA], sono contento che alla fine il disco ti sia piaciuto… [e qui il tono di voce è più tra l’amaro e l’ironico… NdSA]

Fat White Family
Fat White Family, still dal videoclipReligion of One”

Continuo a pensare che sia un ottimo lavoro, però a questo punto ti devo chiedere che cosa farai nel prossimo futuro e che sarà dei Fat White Family?

Beh stiamo in tour, e poi non lo so, sto provando a scrivere un nuovo libro, ho registrato un nuovo album con i Decius, il mio progetto stile acid-house, un altro disco con i Moon Landings, penso che per il mio prossimo progetto musicale me ne andrò via da qualche parte a scrivere un po’ di testi, comincerò così, cercherò un team, musicisti, produttori con cui lavorare, ma ho bisogno di suonare un po’ dal vivo per sapere se voglio continuare con i FWF. Dopo un album che mi ha depresso al punto che certo non vorrò più rifare la stessa esperienza, è inconcepibile pensare di farlo ancora, ma poi adoro esibirmi dal vivo e questo mi porta spesso a cambiare idea, quindi devo aspettare a capire se cambierò idea anche questa volta.

Ti avrei voluto chiedere qualcosa dei nuovi pezzi. Devo dire che The Archivist o John Lennon messi così in apertura sono sorprendenti anche per chi è abituato ai vostri cambi continui, e immagino siano state messe all’inizio già per dire qualcosa

Certo, quando ho scritto The Archivist ho pensato a quell’autore scozzese, quello di Tales From a Scotch Sitting Room, «I believe in bugs… », come diavolo si chiama, aspetta… Ivor Cutler, ecco, ho pensato che si sposassero bene testi di quel tipo con una musica insolita, folk, prog… bastava che non fosse il solito post-post-punk che tutti fanno adesso con le chitarrine stridule e la gente che ti strilla in faccia col suo accento blaterando di ingiustizie sociali… non lo sopporto più, mi chiedo fino a quando andrà avanti… Musicalmente cercavo di stare il più lontano possibile da tutto questo revival.

Lias Saoudi dei Fat White Family, foto di Spela Cedilnik (2024)

C’è un pezzo più strano ancora nell’album ed è Today You Become Man. Come ti è venuto in mente di fare un brano del genere che racconta tra l’altro una storia di famiglia?

Avevo scritto questo racconto e l’avevo nel cassetto da un po’. Ci siamo ritrovati con una traccia strumentale di un quarto d’ora, era solo un pezzo lungo di materia sonora, che non andava da nessuna parte, ma siccome aveva qualcosa di tribale ho pensato di usarla come base recitandoci sopra il racconto della circoncisione. E ha funzionato. Ci siamo accorti che le due cose si sposavano benissimo. È stata una coincidenza fortunata.

E tuo fratello come ha reagito?

Tutto ok, quello è un episodio che Tamlan racconta sempre quando è ubriaco. Lo racconta a chiunque. Se ti capita di bere con il mio fratellone, finirà per raccontare anche a te la maledetta storia della sua circoncisione. Va benissimo averne fatto una canzone.

Tamlan infatti è anche il regista del video, che è un remake praticamente integrale di Bittersweet Symphony dei Verve. Di chi è stata l’idea?

Della mia fidanzata Anna [Anna McDowell, artista londinese di cui potete vedere qui il lavoro, NdSA]. Lei ha suggerito di fare un remake ambientato in Algeria.

Lo avete girato nella città di origine della tua famiglia, Maillot. È vero che avete avuto problemi con la polizia?

Sì ci hanno fermati e ci hanno portati in centrale. Stavamo improvvisando una scena di gruppo con dei ragazzi che erano arrivati lì per caso, e mentre giravamo non ci siamo accorti che ci trovavamo davanti a un tribunale. In Algeria non puoi filmare nessun edificio statale, è proibito, per via dei problemi di terrorismo che ci sono da anni. Avevo paura che ci sequestrassero il video, ero disposto a tutto, anche a fare qualche giorno prigione, ma non a perdere il girato. Per fortuna non se lo sono preso. Alla fine è andato tutto a posto, la mia famiglia mi ha dato una mano e si è sistemato tutto.

Fat White Family
Fat White Family, foto di Louise Mason (2023)

Che rapporto hai con l’Algeria, conoscono la tua musica?

Ho fatto un tour quindici anni fa con il primo gruppo. Ma i Fat Whites non sono molto popolari, è da anni che provo a suonare in Algeria. Però è come fare un film tipo Don Chischiotte… C’è sempre qualcosa che va storto. Avevamo tutto pronto qualche anno fa ma poi è scoppiata la pandemia e non se n’è fatto più nulla. Sarebbe il mio ultimo desiderio per i Fat White Family, portarli in Algeria. Sarebbe una cosa da fare.

Nei tuoi testi abbondano sia il sarcasmo che la critica sociale. Mi parli un po’ di Poligamy is Only for the Chief?

Rispetto alla cultura di oggi, che attacca spesso gli uomini per una sorta di reazione antimachista che tra l’altro ha delle ottime ragioni di fondo, abbiamo giocato immaginando l’eccesso opposto, una sorta di iper-mascolinità da fumetto. Ma il pezzo racconta in realtà di qualcosa che esiste da sempre: se sei ricco puoi fare quello che vuoi, e questo rimane un dato di fatto.

Lias Saoudi
Lias Saoudi dei Fat White Family nel videoclip “Work” (2024)

A proposito dei media, le tue prese di posizione e le tue critiche fanno sempre discutere. Pensi che davvero questa mania dei social finisca per condizionare in negativo anche la musica?

Questa mania di commenti e thread sta uccidendo proprio la cultura. Ognuno ha la sua opinione è questo è sacrosanto, ma non è che tutti debbano farla sapere per forza a tutto il mondo. Mi chiedo semplicemente perché un artista appena fa qualcosa si deve ritrovare sommerso da tutta questa spazzatura digitale, è come se la sua arte venisse espropriata. È la prova che la democrazia è a un punto morto, tutti hanno da ridire, tutti vogliono dire la loro ma le cose qui vanno sempre peggio.

Parli spesso di fine dell’“era delle band”, anche in riferimento a questa situazione

Sì penso a come la tecnologia sta cambiando le cose. Abbiamo già degli autori che scrivono pezzi che sembrano fatti con l’intelligenza artificiale. Siamo già per metà delle macchine. Le rockstar del futuro somiglieranno più ai personaggi da video game creati da designer di realtà virtuale. Ce ne andremo in giro con cuffie e visori, ognuno immerso nel suo mondo-bozzolo personalizzato fin nei minimi dettagli: i concerti, tutte le attività sociali, andare in giro con le chitarre e gli amplificatori tra una cinquantina d’anni sarà visto come qualcosa di obsoleto, antico come per noi è adesso il music-hall. Le prove le abbiamo davanti agli occhi. Se vedi le line-up dei festival del 2024 paragonate a quelli di venti, trenta anni fa sono sempre peggio, quello che guadagni dai concerti e dai diritti d’autore è sempre meno, ci sono sempre meno musicisti. Tutto è sempre meno, meno, meno. Ci sono le star che riempiono gli stadi che diventano sempre più grandi ma tutti gli altri che fanno musica fanno fatica a campare. È a questo scenario che penso quando parlo di fine dell’era delle band.

Se ne può uscire allora? Ci sarà un modo per contrastare un po’ questa deriva?

Deve capitare qualcosa come, non so, un evento catastrofico. Una crisi globale senza precedenti che aiuti a rifondare il nostro spirito, la nostra umanità. Perché di fatto siamo senza via d’uscita. Pensa al degrado politico che c’è in Occidente, a Trump, e poi a quello che sta succedendo in Palestina. È tutto sintomatico dello stesso declino, economico, politico: è caduto il velo, l’illusione di giustizia e democrazia è finita, siamo tornati alla legge del più forte. Pensa a quello che succede tra Ucraina e Russia. Sono i sintomi di una malattia grave che sta prendendo sempre più piede. È come se ci fosse una mancanza di consapevolezza di sé nella psiche dell’Occidente, persa in questa nostalgia che abbiamo per un’epoca in cui le cose avevano ancora un senso. È un lusso che in altre parti del mondo non ci si può permettere. E noi al confronto siamo in piena decadenza. In Cina hanno un solo leader e un solo partito. Se devono mettere giù una strada o costruire un albergo domani mattina è tutto bello che fatto. Non c’è nemmeno l’illusione della democrazia perché costa troppo – anche soltanto l’apparenza, appunto. Lì non si pongono neppure il problema ma ho paura che anche in Occidente prima o poi finiremo per arrivare alla stessa triste conclusione. La cosa che mi spaventa di più è che con il livello a cui sono arrivati i computer c’è la possibilità di subire un controllo sociale così soffocante che adesso facciamo fatica a immaginare, di ritrovarci schiacciati e impotenti, e non ci resterà altro che consolarci con surrogati di cultura come Ed Sheeran o Taylor Swift o i gruppi “indie”. Ma non è così che dovrebbero andare le cose. Come potremo difenderci da tutto questo? Non te lo so dire perché non sono abbastanza intelligente…

Lo è eccome, intelligente, è quello che ha detto fa pensare. Accenno a Lias giusto per curiosità alla possibilità di passare dalle nostre parti per  qualche concerto ma tutto quanto intorno ai FWF è molto vago e, dalle sue parole, sembra appeso a un filo. Come dicevamo anche in sede di recensione, se la storia del gruppo dovesse chiudersi qui sarebbe un po’ un peccato. Certo dovremmo preoccuparci forse di più del futuro che si prospetta per tutti quanti – di cui certe “piccole” cose di cui scriviamo sono comunque una spia.

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