Recensioni

Quando si apre la scena, è subito effetto revival. Vero, per il tre volte vincitore di Grammy Fantastic Negrito, masticare questi linguaggi non è una novità. Ma la sensazione è che il tempo si sia fermato agli anni Settanta. R’n’B, soul, acida psichedelia e funky-rock ribaltano l’aspettativa di un disco, White Jesus Black Problems, il cui titolo poteva andare bene pure per un rock militante o un hip hop alla Kendrick Lamar. È invece no. Al centro ci sono l’amore e i modi per usare il passato come cura per il futuro. C’è la lacrimuccia blues, certo, la sofferenza che è propria e legittima del popolo afroamericano. Ma Fantastic Negrito, moniker di Xavier Amin Dphrepaulezz, s’imbarca in questo viaggio nel tempo che è un po’ un omaggio al periodo d’oro di questo genere, un po’ uno studio filologico sulla musica e gli strumenti del mestiere (Moog e un vecchio organo transistor Yamaha degli anni ’60), un po’ la ricerca della propria identità.
Il cantautore di Oakland, infatti, propone un visual-album che è anche un concept ancestrale. Nel 1759 in Virginia, Elizabeth Gallimore, una serva scozzese e ava di Dphrepaulezz, sposa di nascosto uno schiavo di colore. Contro la legge e contro gli stereotipi, i due combattono giurie di tribunali, sfidano gli sguardi della gente e gli stereotipi del caso ma alla fine, l’amore trionfa. La narrazione, così lineare e romanzesca, viene scossa da uno stile agitato, variegato, poco convenzionale. L’andamento blues è camuffato da un tessuto più ricco, stratificato, screziato, la voce incrostata di ghiaia, fra Corey Glover e Johnny Cash, si trasforma in un vortice che sa di Frank Zappa e Janis Joplin. Con i tre Grammy per Best Contempoary Blues in tasca, Negrito ha pensato bene di non aver più bisogno di snocciolare l’abbecedario del genere. Il prezzo da pagare è un album a cui manca una vera e propria direzione. Esplorazione, sperimentazione, ricerca, piuttosto che comfort-zone. Sempre rimanendo ancorato allo scoglio del quasi-omaggio filologico alla black-music dei Seventies, White Jesus Black Problems testa la temperatura dell’acqua lontana dal blues, espande l’orizzonte dei suoni. Non sempre in maniera efficace.
L’opener Venomous Dogma impone all’album tanto il gusto rétro quanto il piglio schizoide. Acconcia e piega Prince come se stesse suonando una cover di Jack White, poi lo fa centrifugare con i Muse e i Beatles dell’ultimo periodo. Risultato: acid-blues ancestrale e variegato, un caos piacevole. Più ordinaria e convenzionale, They Go Low manipola una scala cromatica tipicamente blues e la sporca con un ritornello gospel contagioso. Prudente come una passeggiata in pianura. Gioca a impersonare i bianchi che si sono nutriti di black music in Nibbadip, omaggio pedissequo tanto al sound r’n’b degli Stones, quanto a quello primordiale che lo ha ispirato, vedi alla voce Ike & The Ikettes.
Bignamino della musica Seventies, album di ricordi musicali, White Jesus Black Problems è prodotto e suonato con la maestria di chi questo genere lo ha nelle vene. Highest Bidder e Oh Betty spiccano maggiormente. La prima, un funky che i Red Hot Chili Peppers hanno preso in prestito da James Brown, profuma sia di Beyoncé altezza Lemonade che di Black Keys. La seconda, invece, costruita sulle tastiere, è un piccolo compendio dello stile (a sua volta omaggio) blueseggiante dei Doors. Effetto prodotto, non si sa quanto desiderato: spaesamento e curiosità.
Omaggi richiamano omaggi, rifrazioni di rifrazioni di una tradizione che è impossibile non definire satura. E allora ci si appiglia alle modalità con cui Negrito mette insieme questa retromania. Forse contando un po’ troppo sulla (ri)lettura post-black che di questa magnifica eredità ne ha fatto la musica bianca. Che siano Janis Joplin o i Creedence (You Better Have a Gun), Frank Zappa (Man With No Name) o gli Stones (Nibbadip), ci sarebbe piaciuto vedere l’artista dribblare queste reinterpretazioni bianche e andare direttamente alla sorgente. Un po’ come è successo per l’operazione filologica dei Silk Sonic. Reviviscenze del suono puro, feticismo per gli strumenti d’epoca, attaccamento all’originario, non all’originale. Non c’è mediazione che regga.
L’altissima qualità di White Jesus Black Problems non è in discussione. L’operazione stilistica neanche. Ma tenere insieme la narrazione e la storia identitaria con l’ambizione musicale è un compito difficoltoso, confusionario, non facile da digerire nella sua interezza. Persino la voce di Negrito, solitamente così espressiva e distintiva, deve concedersi a nevrotici falsetto e rauchi gridolini per permettere al groove di esplodere in pieno. Una sensazione di fragilità continua, effetto non si sa quanto voluto. Al netto della mancanza di fluidità e la costante sensazione da montagne russe, il quinto album di Fantastic Negrito è un altro tassello nell’album di famiglia degli album retromaniaci. Uno di quelli che ci fa piacere sfogliare.
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