Recensioni

7.3

“Touch me and I’m gone, baby”, dichiara in coda ad I Am This Thing il nostro Robyn Hitchcock dopo averci ribadito, come se servisse saperlo, che gli piace la musica dei Byrds. Inafferrabile come sempre eppure riconoscibilissimo, se una volta era l’uomo che aveva inventato se stesso (nel lontano 1981, all’epoca del suo esordio solista Black Snake, Diamond Role nell’immediato dopo-Soft Boys), oggi è The Confuser, quello che ti confonde, che mischia assieme le cose (quelle due o tre che sappiamo bene) e te le restituisce filtrate attraverso quel suo sguardo pieno di meraviglia, mistero e chissà che altro (tarantole, scorpioni, vespe, gamberi, treni…).

Degli eroi di culto, quelli cioè che nel tempo abbiamo eletto come stelle fisse per navigare, insieme, in questo mare magnum che è il rock’n’roll, Hitch è forse quello a cui tendenzialmente si vuol più bene. Non si può non voler bene a uno che, al netto di quell’avventura incredibile e improbabile assieme che furono i Soft Boys, ha trasfuso nella propria personalità la trinità LennonDylanBarrett, imprigionandola nell’ambra di un personaggio sfuggente ed enigmatico sì, ma definito come pochi altri (è stato lui stesso in una recente intervista a indicare i soli Andy Partridge e Julian Cope come possibili spiriti affini tra i suoi coevi, e viene da dargli ragione), poeta surreale e visionario, chitarrista e melodista sopraffino, ponte vivente tra generazioni di musicisti ed ere musicali, testimone e attore di sessant’anni di rock sempre dalle retrovie, certo, ma lasciando un marchio così preciso da farsi amare, istantaneamente, da chiunque ne sia toccato.

Doverosamente premessi status e caratura del personaggio, oggi peraltro consolidatosi nel ruolo di grande vecchio – le primavere sono 73 – dedito, oltre che a una mai doma attività dal vivo, a stesura di succosi memoir (ha da poco dato alle stampe Stranded In The Future, seguito di 1967), non si può che accogliere di buon animo questo venticinquesimo capitolo dell’ormai lunga e gloriosa serie in studio, il terzo da quando si è trasferito a Nashville con la compagna e collega Emma Swift avviando l’ennesima fase artistica di un percorso quasi cinquantennale, mostrando una vitalità difficilmente riscontrabile.

Come già l’ottimo omonimo del 2017 e il frizzante – ma forse un po’ discontinuo – Shufflemania! (2022), The Confuser riporta Robyn all’amata dimensione elettrica, una configurazione ideale già incarnatasi con successo, oltre che nei ragazzi molli, negli Egyptians e poi nei Venus 3 e che qui prevede i nashvilliani Jeremy Fetzer, Todd Bolden e Eric Slick (già nei Dr. Dog), con la supervisione dell’esperto Brad Jones a plasmare un suono tirato e febbrile il giusto, diremmo classico ma senza essere patinato, al servizio di una penna sempre in forma ma che è raro ritrovare tanto ispirata e felice.

Sospeso tra irresistibili tentazioni power pop (una Yesterday’s Rain che pasticcia insieme Stones e Who come avremmo visto in Underwater Moonlight, unendo quel pizzico di filosofia semiseria “la pioggia di ieri cade sulla parata di oggi”), invettive funk acide e sorprendenti (una Building From The Ruins tutta wah e dissonanze hendrixiane, con una stupefacente e inattesa coda prog), lampi di ispirazione luminosi ed evanescenti come fantasmi nella luce (la ballad psichedelica da manuale Ghost In Sunlight, sospinta da un impalpabile rhodes e innalzata dagli amici di sempre Gillian Welch e Kimberley Rew), consentite dosi di autoreferenzialità (oltre che ai citati proclami di I Am This Thing, non ci viene in mente un titolo più hitchcockiano di My Dead Astronaut, memore dei suoi 80s migliori), tenere canzoni d’amore (Breathless e le sue seduzioni lennoniane altezza Walls And Bridges, The Vanishing Kind e suoi umori languidi alla Bryan Ferry, How To Feel Alright e le sue eterne ritmiche alla Bo Diddley), The Confuser racchiude in sé tutti i pregi dei migliori album di Hitchcock. Ovvero, ci dà ancora una volta l’opportunità di connetterci a quella possibilità unica, e irripetibile, di essere songwriter che solo lui sa offrirci.

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