Recensioni

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Nanni Fanelli (voce, già bassista nei Rossofuoco di Giorgio Canali) e Alessandro Adamo (chitarra) erano compagni di scorribande nei Quinto Stato, mentre il terzo elemento Marcello Santi (elettroniche) militava nei Nolatzco, altra band capitanata da Fanelli di cui ricordo il promettente esordio Assalto alla luna ( e – ahimé – nulla più). Lasciati alle spalle gli anni Dieci e un’idea rock solida ma forse troppo aggrappata ai punti di riferimento (uno su tutti lo stesso Canali), i tre hanno dato vita coi Fanelli Demolizioni a una formula curiosa che se da un lato non rinuncia al rock come punto di partenza e humus, dall’altro lo mette in discussione, ne sfronda la struttura e ne impacchetta la carica. Il tutto – pensa te – chiamando alla produzione lo stesso Canali. 

Malgrado il nome della band, non parlerei di demolizione ma casomai di ristrutturazione: il contrasto tra le ritmiche sintetiche con attitudini dance e l’arredo di elettroniche argute ma non invasive da un lato, e la luce guida mercuriale della chitarra elettrica dall’altro, definisce una dimensione pressurizzata, disincantata, quasi scanzonata ma comunque incalzante, in mezzo al quale il canto e le parole di Fanelli rotolano con un’asprezza flemmatica e a tratti surreale. 

Tutto ciò è comunque rock, ma un rock che ha tenuto rabbia e organi vitali (post-punk, wave e psych soprattutto) a bagno nella formalina per farne oggi un ibrido dinamico, nervoso,  tutto sommato spendibile sul mercato a pronta presa delle playlist, col merito – niente affatto trascurabile – di non sembrare troppo nostalgico o citazionista. Come è lampante nella rilettura di Tutto svanisce, pezzo recuperato dal repertorio dei Nolatzco che nella versione di nove anni fa graffiava la schiena a un disagio impetuoso di stampo tardo-grunge, mentre oggi galleggia su un’inquietudine che si annida sottopelle dopo averti ammaliato con un ancheggiamento spigliato e amarognolo. Di fondo è la stessa canzone, ma quella nuova se la gioca col qui e ora con buone prospettive – almeno in potenza – di farsi luce.

Vale più o meno per tutte le tracce in scaletta, cavalli di troia che nel cocktail agrodolce diluiscono gocce di tossine, si tratti di versi sconcertanti (vedi su tutti “Ho sognato di mangiare un gatto/cominciavo dal naso” nel power-pop androide – vagamente Franz Ferdinand – di Depot) o derapage sonici (come la veemente Che casino o l’angolosa Balena). I tre sono abili soprattutto ad azzeccare spesso e volentieri la quadra tra melodia e tensione, come nella opening Semiautomatica, un ordigno da balera elettrificata che fa pensare a dei Subsonica ipnotizzati dai Wire, oppure in quella Spillover (“Ogni giorno è festa/ogni giorno è disfatta”) che manda la crudezza di un Paolo Zanardi a sculettare sul palco dei Pulp, o ancora nella trepida Tutto Perfetto in cui avverti echi cantautorali Ivano Fossati in fregola Notwist

Eh, ma allora il citazionismo, la nostalgia? Cosa dire, questione di misura e obiettivi. I Flanelli Demolizioni non sembrano interessati a compiacere, o almeno non troppo: quello che (inevitabilmente) prendono in prestito suona sempre funzionale, e in ogni caso conta il cosa e il come. Alla fine Aspettando Depot è complessivamente un buon disco, con in pancia almeno due pezzi di cui l’algoritmo delle piattaforme di streaming, se avesse un cuore, dovrebbe accorgersi. (Spoiler: il cuore, ahinoi, non ce l’ha).

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