Recensioni

Per il secondo lavoro lungo i Fake Names reclutano in pianta stabile il batterista Brendan Canty dei Fugazi, già collaboratore nell’omonimo EP del 2021. Un altro tassello importante che va ad aggiungersi a una nomenclatura da far girare la testa a tutti gli appassionati di punk hardcore, ovvero Brian Baker (Minor Threat, Dag Nasty, Bad Religion), Michael Hampton (S.O.A., Embrace, One Last Wish), Dennis Lyxzén (Refused) e Johnny Temple (Girls Against Boys, Soulside).
Il convincente e altrettanto omonimo album di debutto di tre anni fa aveva messo in tavola un potente concentrato all’apparenza contrastante di power pop e politica, tutto melodie come non ci fosse un domani e visione impegnata, ma che ben si inseriva nell’ideale scia di produzioni che ha lasciato un bel segno nel tempo – dai Beatles di Piggies fino alle consapevoli esperienze degli anni ’90, come quella della indie rock band inglese Comet Gain o della label di Bristol Sarah Records, promotrice di gruppi tanto indie pop nel suono quanto ferocemente DIY e anti commerciali nella filosofia (e – almeno inizialmente – rigorosamente prodotti solamente in vinile 7”).
Il quintetto ritorna con il dichiarato intento di dare ulteriore slancio al messaggio con maggiore visceralità e gusto pop e se già non avevano nulla da farsi rimproverare da questo punto di vista – brani come All For Sale, Driver, First Everlasting e Being Them erano roba forte – in Expendables gli ingredienti acquistano maggiore brillantezza e convinzione. Rispetto al suo predecessore il disco è in effetti maggiormente curato e attento agli sviluppi armonici, eppure al tempo stesso capace di suonare diretto e potente grazie all’ulteriore messa a punto del mix di rock and roll, catarsi melodica e critica socio-politica ben distante da facili messaggi antiquati.
L’attenzione è intelligentemente posta invece sul lato psicologico di un essere umano ingabbiato in un fuorviante sistema economico-mass mediatico. Le armonizzazioni a là Knack della prima ora sottolineano a dovere come la sinergia di necessità economica e privazione renda l’auto-intrappolarsi una desiderabile scelta dettata dalla falsa coscienza (Target). Un modo troppo facile per trasformarsi inconsapevolmente in bersagli manipolabili dal sistema, pedine deprivate di scelta che si percepiscono come un nulla al cospetto dell’esistenza. Circostanza quest’ultima ben raccontata a colpi di hardcore melodico à la Dag Nasty della title track.
Il percorso verso la consapevolezza passa d’altro canto nel riconoscimento della finta libertà elargita dall’alto in Delete Myself («E ho sentito ciò che dicono, non siamo mai stati così liberi / Il mantra costante di chi mi controlla»), come anche del senso di colpa indotto da un meschino sistema di valori che utilizza l’arma del successo come nuovo oppio dei popoli. E il ruggente power pop ben esaltato da ipnotiche aperture post-core di Don’t Blame Yourself sta qui a ricordarcelo.
Echi dei Jones Very scivolano sulle melodie esaltanti di Go e le accelerazioni à la Funeral Oration di Damage Done si scagliano contro un sistema che – oggi come ieri – divide e conquista, mentre il post-punk si tinge di psichedelica Kinks nell’ottimo mid tempo di Madtown, si sporca di Cheap Trick per raffigurare i contraccolpi psicologici provocati dalla odierna esasperazione comunicativa (Can’t Take It) o flirta con i Foo Fighters per descrivere la distruttiva morsa di un presente che corrompe la capacità di ragionare (Caught In Between).
Il riffaggio della sostenuta Too Little Too Late rifinisce con sana potenza e impeto emozionale liberatorio. Il sottotesto complessivo, del resto, incita proprio a riappropriarsi – e riarmarsi – tanto di passione quanto di coscienza per scrollarsi di dosso quella oggettivazione di noi stessi che oramai accettiamo di buon grado. Ammettiamolo, fare la rivoluzione non è mai stato così divertente.
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