Recensioni

7.2

Ethel Cain, il progetto musicale / artistico di Hayden Silas Anhedonia, si articola in maniera perfettamente coordinata con la caotica aria dei tempi che stiamo vivendo. Lo scorso 10 gennaio un interno panel di The Big Weekend Show, talkshow di Fox News, viene dedicato ad un acceso scambio di vedute tra politici conservatori di secondo peso e reporter allineati ai dettami della rete, ovvero Jason Chaffetz, Jackie DeAngelis, Anita Vogel e Guy Benson, impegnati a descrivere il nefasto e terribile mondo di Ethel Cain, i suoi messaggi “sick” e “depraved”, colpevole soprattutto di aver pubblicato sul proprio account Instagram un elogio alla reazione contro i ceo delle grandi multinazionali corporative, usando l’hashtag #KillMoreCEOs e sulla scia del noto omicidio di Brian Thompson della UnitedHealthcare, per mano dell’ormai celebre Luigi Mangione. La musicista di Tallahasee viene apertamente tacciata di terrorismo e il suo universo livido e nero viene passato al setaccio del più lapidario dei giudizi.

Ethel Cain è il classico mostro che viene generato dal sonno della ragione americana. Non ha lo status polemico di un Eminem o la caratura shock di un Marilyn Manson, eppure rischia di terrorizzare davvero una parte profondamente conservatrice di un’America pronta a richiudersi di nuovo a riccio, sotto il protezionismo guascone di un Trump 2.0. Ethel Cain terrorizza perché viene dritta da quel ventre, dai cori della chiesa battista dove il padre fa il diacono e lei viene educata ai formalismi cristiani fin da subito. Lei che si scopre dapprima gay e poi autistica. Ethel Cain è quindi l’esorcismo necessario per trascendere e sciogliere le catene di un mondo angusto e opprimente.

Di questo parlava il primo disco The Preacher’s Daughter, con i suoi testi sconcertanti e privi di qualunque filtro (Let him make a woman out of me / I’m just a childd, but I’m not above violence). Di questo parla Perverts, che nonostante i suoi novanta minuti di durata è nelle intenzioni dell’autrice una sorta di Ep a tema, come in effetti era stato concepito fin da subito. Un piccolo studio sulle devianze, non necessariamente in linea con la narrazione generale di Ethel Cain, ma che in effetti ne amplifica lo sguardo. Come è lei stessa a scrivere sul suo tumblr, Perverts inizialmente “era uno studio sui personaggi riguardante diversi “perversi”, ispirato dalla lettura di Knockemstiff. Un/a dipendente dal sesso, un pedofilo, un piromane, un/a tossicodipendente da sedativi, ecc. Il progetto è completamente diverso ora, ma Punish e Amber Waves sono le uniche demo sopravvissute da quel periodo, quindi parlano ancora di questo. Punish parla di un pedofilo che è stato colpito da un proiettile dal padre della vittima e ora vive in esilio, dove si infligge mutilazioni per simulare la ferita da proiettile al fine di punirsi. Almeno, questo era ciò che avevo in mente quando l’ho scritto. La canzone, però, può essere ciò che vuoi che sia”.

Tutto questo sondare gli abissi ha quindi bisogno di una scenografia adatta e la dark ambient di questo disco aggiorna quanto fatto nel primo lavoro con brani come Ptolemaea e August Underground. Eppure nel momento in cui vengono scoperte le carte e non c’è più nessun equivoco, Ethel Cain lascia per strada parte della sua carica eversiva. La drone music di Perverts è scolastica e priva di inventiva e la colorazione monocromatica di tutto il disco non aiuta a trovare uno sbocco e una via di uscita da tutto questo turbinio interiore un po’ artatamente orchestrato. I due brani originari delle prime sessions sono infatti i migliori. Punish è il primo singolo ed è una sorta di Family Tree parte seconda, tra Chelsea Wolfe e Nine Inch Nails, con il solito pregio di liriche abrasivamente evocative (He was a natural Plauchè, saying “You won’t forget this” / Shame is sharp, and my skin gives so easy); Amber Waves è ancora più fragile e diafana, come una canzone dei Low di I Could Live In Hope e parla di “love cast aside to get high”.

Perverts ha il fascino sinistro delle cose storte e non riuscite ed è stato concepito per diventare un oggetto di culto, lentamente e progressivamente nel tempo, come si compete agli oggetti troppo strani per essere mostrati in pubblico. Il suo sound horror è poco più di una serie B di maniera, ma inquadrato nel corpus tematico di Ethel Cain e del suo gotico americano di provincia, dove le figlie e i figli tornano a far paura, risplende di un fascino autenticamente nero che farà proseliti.

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