Recensioni

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Ernia è il nome che più verosimilmente può mettere d’accordo tutti. Più di Teduai suoi onanismi metrici possono risultare indigesti – e anche di Rkomi, visti i suoi recenti flirt troppo pop per essere apprezzati dai più duri e puri. Ernia è tecnicamente (molto) bravo, ha sempre produzioni superbe, e riesce sia a risultare divertente e credibile quando deve fare il grosso che interessante nei pezzi più riflessivi. E se 68 era stato un esordio eccellente, questo nuovo album riesce ad essere sia un piccolo passo indietro che un’importante conferma.

Perché Gemelli è ad oggi il disco più democristiano di Ernia, in un’accezione non necessariamente negativa. Prova a mettere d’accordo tutti, con un colpo al cerchio e uno alla botte. Sforna sia le ballate sentimentali giuste (Superclassico) che i banger schiacciasassi che ti aspetti da lui: vedi Morto Dentro o Non me ne Frega un Cazzo (con un Fibra in grande spolvero). C’è il carroarmato da pogo a fare il seguito di QT (U2) e il tributo ai Club Dogo Puro Sinaloa (proprio con Tedua, Rkomi e Lazza) è un’innocua e divertita ripresa del classico Puro Bogotà – ma anche qualche parentesi più filo-trappara. Piazza la quota rosa migliore possibile con Madame (Fuoriluogo) e firma spacconate sempre perfettamente a cavallo tra il cringe e lo spassoso («Lei mi fa un Boccaccio perché se / lei mi suka è poesia»). Insomma, ce n’è per tutti i gusti e va bene così. 

È un peccato che la parte centrale perda un po’ di incisività, con numeri di puro mestiere: il feat a stampino di Luché nel solito bluesaccio Pensavo di Ucciderti, oppure lo scialbo house-pop di Cigni e gli inutili retaggi dai Gemelli Diversi di MeryxSempre. E se questo appiattimento della parabola non si registrava in 68, è comunque vero che la qualità generale resta abbondantemente sopra la media. Insomma, inizia a far capolino un bel po’ di mestiere. Ma ad averne, di mestieri così.

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