Recensioni

Inizialmente, ai tempi dell’esordio estemporaneo Hermaphrodite, Eric Copeland ci aveva abituato a un sound a cui avevamo appiccicato tutte le tag weird e cheap del caso, una musica tenuta assieme alla meno peggio dallo stesso scotch degli Animal Collective più sperimentali e dada (vedi anche alla voce Terrestrial Tones) riconducibile alla New Weird America di keenaniana memoria. Dopodiché, a partire dagli album su DFA (Joke In The Hole) e L.I.E.S (Jesus Freak), il suo approccio si è fatto più marcatamente elettronico e dance nell’accezione più deformata e caustica possibile. Nemmeno da queste parti le ragioni di un culto sotterraneo attorno al suo nome sono mancate e nemmeno per questo mini album (sono 34 minuti) ce la sentiamo di liquidare la sua musica fatta artatamente a casaccio come l’ennesima boutade di chi avrebbe tranquillamente potuto aspettare la pubblicazione di nuovo materiale dei Black Dice (beninteso, nuovo materiale della formazione c’è, in formato 12” sempre via L.I.E.S, e s’intitola Big Deal).
Di nuovo da queste parti fa la sua comparsa la melodia, il cantato, e un formato canzone mai del tutto snobbato ma che in precedenza funzionava più come specchietto per le allodole o, se vogliamo, come scherzetto criptico à la Residents. Qui le cose si fanno meno sbrindellate e il riferimento più immediato andrebbe all’anti-folk del Beck indipendente dei primi Novanta per capirci (Honorable Mentions), oltre naturalmente ai soliti Collective anni Zero (tirati in ballo in particolare nell’iniziale Kids In A Coma), non fosse che lungo la scaletta si fa chiara l’idea di una canzone psichedelica tutta californiana. Troviamo un blues straccione e losangelino in Don’t Beat Your Baby, del sarcasmo West Coast in Don’t Beat Your Baby, derive hippie in Get My Own, e bozzetti vari sull’autostrada che va dai Pussy Galore agli ultimi Royal Trux (le chitarre di Blue Honey), chitarre che ricordano un tipo mai troppo elogiato come Snakefinger (sempre a proposito di Residents e paraggi) e dub-reggae molto Peaking Lighs post-Lucifer non troppo lontani dagli esordi di un Manu Chao (On).
Frullare questa vaga linea guida da un dollaro al pezzo per una mezzoretta di musica non è un brutto affare. Tanto più che la produzione e gli incastri ritmici di Copeland conquistano sempre, e chi ha imparato ad amarlo nel corso di una carriera ormai decennale troverà qui nuove conferme del suo talento.
Amazon
