Recensioni

6.8

Si trastulli per qualche mese con questo giochino, chi brama impaziente il nuovo Black Dice ché qui ce n’è abbastanza per ingannare l’attesa. Eric (uno dei due fratelli Copeland della formazione newyorchese), si sa, riveste, in quel gruppo, il ruolo di ideale paciere tra pulsioni free-noise e vezzi accademici da laboratorio di ricerca sul ritmo; si scopre il membro più artisticamente affine alle derive folk dell’Animal Collective e, non a caso, diviene con Avey Tare la mente del progetto Terrestial Tones.

E allora, nel suo primo album da solista: echi e gocce riverberate, arcobaleni colorati di suono primitivo e démodé (Hermaphrodite, Scraps); elettronica a basso consumo, effettistica a prezzi modici, la più economica attualmente sul mercato (Oreo, Wash Up, Tree Aliens); rumore, dunque, ma assai trattenuto, e sempre circoscritto nel perimetro dell’ultima parvenza di una forma-canzone (FKD, Dinca); ipotesi di cantautorato che sappia ancora stupire come solo le melodie concepite da bambini (Mouthhole); e ancora, dub astratti (La Booly Boo, Green Burrito) e nenie tribali (Spacehead).

Gli ingredienti già li conosciamo, e il progetto è indubbiamente estemporaneo – Hermaphrodite è il progressivo sedimentarsi di registrazioni accumulatesi negli ultimi due anni -; ma stupisce come l’insieme sia architettato con la serenità dello sperimentatore pacificato con se stesso (quale ossimoro più azzardato), forse con il solito aiuto delle droghe, comunque nel riflusso di quella pace ondivaga – eppure quanto rilassante – che gli stessi Black Dice vanno conquistando album dopo album, stemperatesi ormai definitivamente le inutili foghe degli esordi.

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