Recensioni

Non c’è nessun altro musicista, in Italia, che può vantare la parabola artistica disegnata nel corso degli anni, i molteplici talenti espressi, da Enrico Ruggeri. Venuto alla ribalta con i Decibel alla fine degli anni ’70 con un disco intitolato Punk, l’artista milanese si è presto divincolato dal genere nel quale era stato collocato, per opportunismo discografico, allo stesso modo di certe figure del calibro di Elvis Costello, Joe Jackson o Andy Partridge, giusto per fare qualche esempio di luminari rock indebitamente accostati alla transitoria furia iconoclasta del punk.
Oggi, quasi consumato un quarto della sabbia racchiusa nella clessidra del XXI° secolo, il polivalente rocker ha dimostrato di essere una sorta di coltellino svizzero delle arti: apprezzato scrittore di romanzi e di raccolte di poesia, capace conduttore e ideatore televisivo e radiofonico, compositore per altri interpreti di brani che sono entrati nell’immaginario popolare; perfino una partecipazione come autore allo Zecchino d’Oro, il festival della canzone per bambini più famosa d’Italia. Come non bastasse, da appassionato di calcio è stato protagonista della Nazionale italiana cantanti dagli albori, ma soprattutto detiene il curioso record del calciatore più anziano ad avere giocato nel campionato di serie D, entrando in campo il 6 giugno 2021, all’età di 64 anni suonati – come mai in questo caso – per difendere colori e onori della compagine del Sona, girone B (nella quale giocava per diletto Maicon, ex calciatore dell’Inter per la quale Enrico tifa e della nazionale brasiliana).
Ma per i fan che dei tanti Ruggeri amano il più noto al grande pubblico, quel che più conta oggi, nell’anno 25 del terzo millennio, è che la vena creativa del cantautore, come dimostra La caverna di Platone, 26° disco di studio, sembra ancora lontana dall’esaurirsi. Una vena creativa da 13 brani nuovi, più altri cinque inediti che prendono posto sulla versione in doppio vinile, che arrivano a tre anni di distanza dal precedente La rivoluzione. Una carrellata di personaggi ed eventi a rappresentare singoli (eroi e uomini comuni) e categorie che solo l’occhio dell’artista nota, oppure – benché oggetto di analisi della macchina del sapere spesso distorto dei media – sa interpretare in diversa chiave.
Resoconti accorati come nel caso di Il poeta, sentito omaggio ai pensatori liberi (parole che si adattano a molti ma fanno fortemente pensare a Pier Paolo Pasolini), o la malinconica riflessione riservata a Gli eroi del cinema muto, protagonisti di un’epoca che pareva inesauribile e invece, a causa di imprevisti e imprevedibili ribaltamenti epocali – così come è stato per il mondo della musica negli ultimi 40 anni – è andata per sempre perduta.
Milano non poteva mancare nel florilegio. Lo sguardo disincantato sulla città odierna di Il cielo di Milano, e il commovente ricordo del bombardamento del quartiere di Gorla da parte degli alleati del 20 ottobre 1944: La bambina di Gorla è stata scritta per le oltre 200 persone che persero la vita, in gran parte bambini, poi docenti e personale della scuola elementare Crispi dove lavorava la madre. Clara si salvò per intercessione dal destino che quel giorno volle si trovasse in servizio presso un’altra scuola. Ruggeri, però, non scorda i conflitti che flagellano ancora il nostro mondo e punta il dito, desolatamente, con la ballata Zona di guerra.
Una istantanea, probabilmente autoscatto, è Cattiva compagnia, “son nato incendiario bruciando di dentro e di fuori / passavano gli anni e non c’erano più gli estintori / son nato pirata, ma poi l’infinito del mare / mi ha tolto qualsiasi paura perdendo la rotta, cercando avventura / bevendo la vita così fino all’ultima goccia / mettendoci sempre il mio cuore, la faccia”. Il cuore e la faccia messi nella reprimenda del grottesco valzer mitteleuropeo irrobustito da infusioni heavy metal di Das Ist Mir Wurst: “l’Europa delle banche, delle multinazionali, dei centri di potere, della manipolazione del pensiero, non è la mia Europa, non è l’Europa che voglio”, recita. Ci fosse un solo politico, in tutto il continente, in grado di elaborare e sposare una teoria del genere.
Non mancano le osservazioni dalla giusta distanza, Il problema che assilla tutti, non importa a quale categoria appartieni; e quelle più intime, da vicino, vicinissimo, della melanconica Le notti di pioggia, una poesia dolce e ubriaca scritta su un pentagramma incrostato di poche, essenziali note. La cullante parentesi di Benvenuto chi passa da qui, detiene invece un posto tutto suo, un traguardo che Enrico e Pier Enrico, in arte Pico Rama, ricorderanno per sempre, prima collaborazione tra padre e figlio.
Carte dal punteggio alto. Estratte da un mazzo che riserva una manciata di canzoni d’amore buone per vincere un’altra mano. La caverna di Platone, in precario equilibrio tra le sconfitte della vita e la necessità di non arrendersi alla disillusione; Come prima più di prima resoconto di una vita dove un amore da difendere a ogni costo è rimasto la boa a cui aggrapparsi per non affogare, “per te che vuoi che tutto resti come prima più di prima / tu che hai tutto e non hai niente / sei pericolosamente in mezzo alla corrente”; il rock viscerale di Arrivederci addio, struggente ma ruvido saluto di commiato a un amore finito, brano che ti aspetti esaurisca in una coda strumentale, come l’ultimo sguardo oltre la spalla di chi se ne va, e invece affonda un vocale tagliente quanto una coltellata al fianco.
Con una carriera talmente lunga, costellata di così tanti lavori, immagini un disco di ruotine, più mestiere che sincerità. Ma La caverna di Platone, tra le pagine di prosa pregna, le strofe da poesia messa in note, fra schizzi sonori da cantautore di vecchia scuola e recupero di suoni dagli effluvi anni ’80 e ’90, cullato dalla risacca del rock classico e increspato di rugginosa new wave, è generoso di emozione schietta. Distribuita tra parole che sanno muovere le corde giuste, ritornelli come scintille che accendono falò di immagini, versi per il taccuino da consultare quando si cerca una risposta.
Oggi, nel 2025, in tempi robotici di autotune e A.I., queste tredici canzoni sono un groviglio di cocciuta, sensata, bruciante, umanità. Scritte e interpretate con sagacia e mano ferma. Il cuore in mano. Come prima più di prima, Enrico Ruggeri.
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