Recensioni

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Diciamolo subito, così, in medias res: i primi dischi di Enrico Ruggeri, a partire da questo Vivo da re fino al 1985 di Tutto scorre, sono tutti diversamente eccezionali. Scegliere di analizzare questo secondo lavoro firmato Decibel quindi e non, per esempio, il primo album solista del cantautore milanese – Champagne molotov – o il più noto Polvere, significa porre doverosamente lo sguardo sulla prima apparizione di quelle che sarebbero diventate più in là alcune cifre stilistiche del Rouge nazionale.

Prodotto dal re dei punk-prima-di-noi, l’ex Rokes Shel Shapiro, che compare anche al piano in alcuni brani, Vivo da re è la perfetta commistione di suoni dalla produzione low profile, forte tensione punk direzionata a tratti nella più blue new-wave e una raccolta di incipit di capacità autorali notevoli. Pervaso di malinconia e sgangherati male di vivere e lascivia, il disco è una raccolta di suoni elementari la cui ispirazione è quella commistione tutta nordica, dichiaratamente amata da Ruggeri, di synth pop, pennate di puro punk e filastroccheschi momenti da cabaret tedesco a-la-Kurt Weill. Potremmo anche, certo con un maggiore sforzo immaginativo, nominare Sparks, David Bowie e tutto quel mondo oscuramente e orgogliosamente figlio dell’estetismo letterario di Wilde e soci.

Grandi occhiali da sole dalla montatura bianca e un look camicia+cravatta che ai Kraftwerk deve tutto, aura di mistero e parole che hanno il grande pregio di essere misurate, scelte, dosate. Se il primo episodio del 1978, noto ai più come Punk per la scritta sulla copertina, era poco più di una raccolta di rabbie post adolescenziali qua le cose si fanno ben più serie. Fanno capolino la depressione di amori finiti più per giovanilismo e brutto carattere che per la fine di un sentimento e tutto il disco, da Sepolto vivo passando per A disagio fino a Pernod, è un libero spazio occupato da incazzature ben studiate, cinismo meditato e in alcuni casi persino interessato a certe dinamiche sociali (Supermarket). Non mancano le meta-narrazioni sulla vita, allora forse per Ruggeri più agognata che reale, del rocker maudit (Vivo da re, Teenager).

Il fiore all’occhiello sono però le canzoni d’amore, un amore unconventional come quello cantato poco prima dai Japan nel loro album d’esordio, amore erotico fatto di possesso come ne Il mio show ma, soprattutto, tormentato come in quel capolavoro di Vivo di re, brano interamente costruito sulla negazione di un evidente desiderio d’amore corrisposto che alla fine, strofa dopo strofa non può che essere confessato “certo pensandoci bene qualcosa mi manca…” o ancora “di rose e di noia devi essere stanca”. Menzione speciale per Peggio per te che con il suo “vai a piangere un po’ più in là” è diventata un monito a chi non abbandona la sicurezza per il tremar d’amore.

Sebbene negli annali siano rimaste più che altro Contessa, grande successo di pubblico già in 45giri grazie a Sanremo e la title track, nonchè una non eccezionale cover di Ho in mente te, Vivo da re è un eccezionale momento di musica d’autore italiana dalle più nobili tensioni esterofile. Un ottimo modo per iniziare a riscoprire l’epoca d’oro di un grande autore.

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