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Enea, progenitore del popolo romano, fuggì da Troia per approdare infine sulle coste del Lazio, portando in spalla suo padre Anchise. Al contrario, Pietro Castellitto del proprio, di padre, si è liberato ben presto, metaforicamente parlando. È infatti risaputo quanto l’ombra paterna (o materna) possa rivelarsi un tallone di Achille (sempre in tema di mitologia greca) per ogni figlio d’arte. Il primogenito del grande Sergio, invece, ha imparato fin da subito a camminare sulle sue gambe e a smarcarsi da cotanto babbo.

Smarcarsene, dribblarlo secco e lasciarlo sul posto, volendo insistere sulla metafora calcistica quanto mai calzante per uno che è assurto alla fama interpretando, con profitto, Francesco Totti. Ora però Pietruccio, come si dice a Roma, ha leggermente cacato fori dar vasetto. Con la sua seconda prova da regista, dopo I predatori uscito al cinema quattro anni fa, il ventitreenne attore e regista fa come quei giocatori che, credendosi superiori agli altri, ostentano colpi di tacco senza costrutto e cercano la conclusione da posizioni impossibili.

La ratio di Enea, di cui firma anche la sceneggiatura, parrebbe essere quella di una gangster story all’amatriciana tipo le molte che abbiamo visto sugli schermi, cinematografici e televisivi, negli ultimi due, tre lustri, da Romanzo criminale in poi. In realtà (e per fortuna) la parte gangster è solo marginale, anzi quasi del tutto assente. Tra l’altro la vicenda non si svolge in qualche periferia tipo Tor Bella Monaca o Spinaceto, come per esempio accadeva in Favolacce, e i protagonisti non sono dei reietti di borgata bensì dei giovani figli di professionisti e dunque appartenenti alla Roma bene, quella borghese e annoiata dei salotti, delle feste in piscina o in terrazzo, dei ristoranti stellati, dei locali esclusivi. E della cocaina. Il cosiddetto “mondo di sopra”, per usare un’espressione risalente ai tempi dello scandalo Mafia capitale. Roma infatti è quasi sempre mostrata dall’alto in tutto il suo apparente splendore, lasciando all’immaginazione il compito di figurarsi il miasma etico e morale che la appesta fin nelle fondamenta.

Enea, il protagonista interpretato proprio da Pietro e che dà il titolo al film, è proprietario di un noto ristorante di sushi della Capitale ma in realtà la sua attività principale è lo spaccio di polvere bianca, una cosa affatto stupefacente nella realtà odierna. Difatti non ci viene negato qualche telefonatissimo momento Gomorra (o Suburra) con tanto di esecuzioni a colpi di pistola sparati in faccia, cose che per il Nanni Moretti de Il sol dell’avvenire, semplicemente «non si fanno né tantomeno andrebbero mostrate nei film».

Enea, la cui trama riecheggia anche qualcosa de La nostra vita, sembra un po’ la versione drammatica e sanguinolenta (senza esagerare) di Flaminia, film di e con Michela Giraud anch’esso recentemente uscito in sala. Pure qui ci si muove in una Roma “di sopra” dove a contare prima di tutto è l’apparenza, il possesso materiale, la ricchezza da esibire a mezzo status symbol. L’arrivismo sembra rappresentare un valore per una generazione, quella dei 2020s, molto empatica con quella degli anni ’80 (a tal proposito mi viene in mente una bella pubblicità della Renault in onda in questi giorni). L’epoca odierna, dei social e degli influencer, tanto simile a quella dell’edonismo e del rampantismo reaganiani.

Conta l’avere più che l’essere, per questo, in Enea, si insegue il soldo facile, magari da riciclare con l’acquisto di un signorile palazzo in centro o con un corposo investimento nell’automotive elettrico. Perché il modello da prendere a riferimento è l’imprenditore, colui che si fa da sé. Sopravvive chi è bravo, gli altri è giusto che periscano, secondo l’ottica di questo neodarwinismo sociale. «Il problema per me è il rimorso, l’unico modo per fare amicizia con la rabbia è vincere», sentenzia l’ambizioso protagonista nel film.

Al di là di questa paradigmatica quote, il film, con anche mediocri interpretazioni di una Benedetta Porcaroli relegata a elemento d’arredo e di un Castellitto padre (genitore di Pietro anche nel film) stranamente sottotono nei panni di uno psicologo al quale servirebbe pure a lui qualche seduta, è infarcito di dialoghi e riflessioni ad alta voce sui temi della giovinezza, dell’amore, del tempo che passa, del male di vivere. Ma è filosofia d’accatto, buona più per i bigliettini contenuti nei cioccolatini o per le citazioni precotte da postare sul proprio profilo social.

Poi magari c’è il momento che stempera la tensione (si fa per dire) come quello del racconto, in stile tarantiniano, dello chef che infila il suo membro nella bocca di un salmone e che a un certo punto del film viene effettivamente sorpreso nudo in cucina nell’atto di una necrofila copulazione con un polpo. In questo, l’ironia sbruffona e tipicamente romana del Nostro risulta vincente.

Il punto però non è Tarantino quanto semmai un altro “ino”, ovvero quel Sorrentino che Pietro cerca pretenziosamente di emulare insufflando la pellicola di inutili estetismi e adottando un registro narrativo e registico a dir poco eccentrico (come il montaggio) in un onirico tripudio di barocco autocompiacimento. Quel io so bravo e mo ve faccio vede’ che però tracima nell’onanismo stilistico, un cantarsela e suonarsela da soli come spesso accade in certi circoli intellettuali.

Ecco, Enea, a dispetto dei suoi pregi (le qualità attoriali di Pietro in primis, ma anche il sarcasmo e la critica sociale) che pure non mancano, dà come l’impressione di essere uno di quei film che piacciono perché devono piacere, perché lo dice la critica, perché ha avuto sette nomination ai Nastri d’argento e uno l’ha pure vinto. La verità però, almeno per chi scrive, è che è un film di una noia mortale.

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