Recensioni

Una distesa di blu invade lo schermo. Quel mare così calmo e silenzioso ci avvolge lo sguardo e noi, spettatori distanti ma coinvolti, ne percepiamo l’abbraccio. Non c’è musica, solo suoni in lontananza. Attraverso un lungo e fluidissimo piano-sequenza aereo, la macchina da presa scorre sopra il mare fino a quando poi, alzando “il capo”, non inquadra la costa napoletana: Paolo Sorrentino ne cattura la meraviglia e, a sua volta, sembra rimanerne meravigliato per la prima volta. È mattino. La città, un agglomerato caotico di edifici e storie raccontate (o ancora da raccontare), ci appare nella sua incantevole complessità; l’acqua ne è il custode più affascinante e misterioso. Infine l’occhio della camera, dopo essersi avvicinato con timidezza a una macchina d’epoca, torna a “respirare” perdendosi nuovamente nel rassicurante abbraccio del mare.

Col senno di poi, e il “poi” è proprio questo splendido È stata la mano di Dio, si potrebbe dire che l’intero cinema di Paolo Sorrentino (compresa la parentesi seriale) è nella sua essenza più pura un cinema di fantasmi, una tragicomica fantasmagoria pregna di vita vissuta, immaginata e reinterpretata. Cos’è il fantasma se non la rappresentazione del ricordo di una persona defunta? Quando la presenza di qualcuno ci viene negata o, nello specifico, la sua vista ci viene preclusa (lo snodo principale del film), il nostro primo istinto è quello di fare appello alla memoria; col tempo però anche i ricordi più importanti rischiano di svanire. Così, grazie all’azione dell’artista, interviene l’Arte. Per sua stessa natura il cinema è un’arte fatta di ombre e che, come ancor prima la fotografia, ha la pretesa dell’immortalità perché capace di fissare in un punto preciso del tempo l’apparenza delle cose. Ma la macchina da presa non può catturare davvero il reale, gli sfuggirà sempre, al massimo ne può riproporre una versione simile. E Paolo Sorrentino ne è consapevole: «gli appuntamenti coi ricordi sono difficili da descrivere a parole» dice nell’intervista realizzata da Netflix È stata la mano di Dio: attraverso gli occhi di Sorrentino.

Il cinema di Sorrentino gioca con il concetto di “verità”, le si avvicina il più possibile e subito dopo si allontana in gran fretta, ne dribbla gli aspetti più banali e ne coglie il lato buffo (con quello triste) sulla scia della miglior tradizione comica italiana. Basta osservare i protagonisti più noti, personaggi-figuranti di un variopinto presepe alla napoletana che cita il reale senza mai (volutamente) coglierlo: Giulio Andreotti (Il Divo, 2008), Cheyenne (This Must be the place, 2011), Jep Gambardella (La Grande Bellezza, 2013), Fred Ballinger (Youth – La Giovinezza, 2015), Lenny Belardo (The Young Pope, 2016), Silvio Berlusconi (Loro 1 & 2, 2018). E in È stata la mano di Dio, il film più personale del regista partenopeo perché autobiografico, si trova la più grande delle dichiarazione d’intenti: «la realtà non mi piace più, la realtà è scadente» dice il protagonista Fabio Schisa (l’esordiente Filippo Scotti), citando le parole del Maestro Federico Fellini che il fratello Marchino (Marlon Joubert) ha origliato durante un provino fallimentare quanto rivelatorio. Ovviamente “Fabietto” è l’alter-ego adolescente di Paolo, la sua rappresentazione, la maschera con cui sale sul palco dei ricordi. Ma cosa si cela dietro questa maschera?
Nel suo primo atto È stata la mano di Dio è il ritratto di una famiglia napoletana medio-borghese («noi siamo comunisti») della metà degli anni Ottanta, cambiata per sempre da due particolari eventi: l’arrivo di Maradona al Napoli (1984) e la morte improvvisa di due dei suoi componenti più amati, i genitori di Fabio (grandissimi Toni Servillo e Teresa Saponangelo). Il ragazzo è il centro di questo universo affettivo, la conditio sine qua non della sua intera esistenza. La galleria di personaggi è plasmata dallo sguardo silenzioso di “Fabietto”, descritti con una singola peculiarità che poi li definisce in toto (non funziona così il ricordo?): il corpo erotico di zia Patrizia (Luisa Ranieri), la rabbia violenta di zio Franco (Massimiliano Gallo), la scontrosità della signora Gentile (Dora Romano), il pessimismo cosmico di zio Alfredo (Renato Carpentieri), una sorella “assente” ma consapevole (Rossella di Lucca). Di riflesso, Sorrentino evoca i fantasmi del suo passato e li traghetta nel presente per non dimenticarseli mai: solo in questo modo, “aprendosi alla chiusura”, è in grado di ritornare alle radici della sua esistenza, della sua visione del mondo, e tracciare il percorso che potrà prendere d’ora in poi. «Il mio compito era darti una mano a guardare il futuro», dice a Fabio la vicina di casa, la Baronessa Focale (Betti Pedrazzi), dopo una scena-chiave per la sua crescita (in quel “fantasma” si nasconde il senso di tutti gli altri). Inutile sottolineare come il film si collochi nel mondo dei coming of age, infatti non nasconde qualche debito (soprattutto sul finale) nei confronti di uno spartiacque del genere come Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino, 2018).

Così, girando il suo Amarcord (Federico Fellini, 1973), Sorrentino ritorna a casa ed è il modo in cui lo fa a risultare affascinante e degno di particolare attenzione. Se da una parte è come se avesse firmato un trattato in grado di spiegare per filo e per segno la sua poetica (ogni personaggio del film lo conoscevamo già in qualche modo), dall’altra si spoglia di quegli eccessi che l’hanno reso iconico nell’ultimo decennio, più o meno dopo il trionfo de La Grande Bellezza (forse la causa va ricercata nel poco successo di critica dell’ipertrofico dittico Loro). La cosa interessante è che nel corso di È stata la mano di Dio Sorrentino non dà mai l’idea di trattenersi, anzi, quello che compie è un lavoro certosino di sottrazione che lo porta a una sintesi perfetta di quello che ha realizzato nel tempo. L’esempio principale riguarda il sonoro, con la musica pop che è stata praticamente sostituita dai suoni naturali, urbani e umani (in realtà la musica c’è, ma è interiore): un fischio romantico, il fruscio del vento, i gas del vulcano, il moto delle onde, una porta che sbatte, un urlo sommesso, un pranzo in preparazione, un pallone in porta, un motoscafo che sfreccia, il battito del mare. Ognuno di questi avvolge lo spettatore all’interno dello spazio emotivo (e mnemonico) di Fabio che, a sua volta, attraverso gli stessi viene inglobato dall’altra grande protagonista del film: Napoli.
Interiorizzata la lezione romana di Fellini (Roma, 1972), Napoli è per Paolo Sorrentino una grande madre sacra/profana da mille culture, mille paure che nutre i suoi mitologici “fantasmi” come il munaciello, San Gennaro e Maradona; già Ferzan Özpetek si era approcciato a questa idea nel 2017 con Napoli Velata (con scarsi risultati…). Ma la città campana non è la sola genitrice della storia. Il mare, creatura archetipica dal cuore pulsante («lo sai come fanno gli scafi di offshore quando vanno duecento all’ora?»), la contiene come se fosse una placenta ed è proprio l’acqua a dare un senso ai personaggi. A conferma di ciò si nota che in più di un’occasione i dialoghi più importanti vengono detti in prossimità della costa o con sfondo l’immensità dell’azzurro, mettendo in scena uno scambio continuo di significato tra i misteri del paesaggio e i tormenti umani (sulle orme di un altro grande Maestro italiano, Roberto Rossellini).

Forse per Paolo Sorrentino era arrivato il momento di fermarsi, mettere un punto e andare a capo, farsi una passeggiata lungo il litorale napoletano o sulle pendici dello Stromboli e ricordarsi la lezione più grande che crede di aver mai ricevuto, ovvero quel «non ti disunire mai» che il regista Antonio Capuano (Ciro Capano) consiglia a Fabio poco prima di tuffarsi nel mare. «Possibile che che questa città non ti faccia venire in mente niente da raccontare?». Per andare avanti è necessario innanzitutto guardare indietro e dentro noi stessi, alla ricerca di quell’io sognante nascosto tra i vicoli della nostra gioventù. E se È stato la mano di Dio rappresenta il frutto di questa presa di coscienza, allora non possiamo che essere ancora più curiosi di sapere cosa ci regalerà in futuro uno dei nostri registi contemporanei più importanti.
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