Recensioni

Secondo molti, Alcoholocaust di Jim Jeffries rappresenta uno dei punti massimi mai raggiunti della stand-up Comedy. Lo spettacolo, divenuto celebre nel 2010, passa in rassegna temi scomodi come il suicidio, la depressione, la disabilità e la religione in modo talmente esilarante da non lasciare un attimo di respiro, alternando sfrenato dark humour a momenti molto più conscious, dove il comico si mette a nudo mostrando il suo lato più fragile.
A quattordici anni di distanza da quello show – complice anche l’avanzata di Louis C.K, Dave Chappelle e Ricky Gervais – la stand-up è diventata un fenomeno mainstream, con tutto ciò che ne consegue: proliferazione di special su Netflix, tour mondiali e conseguente esposizione mediatica. A tanta fama sono corrisposte maggiori polemiche, con la cultura woke e la cancel culture a dar nuova linfa agli spettacoli, oppure ad affondarli per i motivi più prevedibili (battute spiegate, cattivo gusto esibito e reiterato …ne sa qualcosa Ricky Gervais).
The death of Slim Shady (Coup De Grâce) di Eminem funziona proprio come un comedy show. Chi meglio dello scorretto Slim tornato dal passato per dirgliene e dargliene a una generazione di bacchettoni?
Meglio ancora se l’invettiva fa il paio con un ritorno ai fasti di inizio millennio, quando grazie alla tripletta composta da The Slim Shady LP (1999), The Marshall Mathers LP (2000) e The Eminem Show (2004) – a cui va aggiunto 8 Mile – il rapper è diventato una star su scala mondiale (vale la pena ricordare anche la contestata partecipazione a Sanremo).
Talento fuori dal comune per un rap aggressivo, provocatorio e teatrale, complicato da afferrare in toto se non si è madrelingua, ma perfettamente pop nella sua resa parodistica, e videoclip altrettanto irriverenti, hanno fatto di Slim Shady, maschera prediletta dal rapper, un mito. Un mito che allora non subiva in alcun modo la pressione del politically correct e che oggi viene lasciato libero, come allora, di dire la sua.
Va da sé, in Coup De Grâce cambiano i bersagli ma non le tematiche. Nelle diciannove tracce del disco, il guascone schernisce praticamente mezza scena (con nota di merito verso Puff Daddy, a cui è dedicata Antichrist) ma anche Caitlyn Jenner (Habits), padre biologico di Kylie e Kendall che ha completato la transizione ormai nove anni fa. Non mancano poi sbeffeggiamenti all’uso dei pronomi, alla comunità LGBTQ+ e alla Gen Z (Habits). E discorso a parte merita Road Rage, in cui affronta un topic caldissimo come il body shaming (si scomoda ovviamente Lizzo) utilizzando l’insulto per suscitare una reazione positiva (e propositiva) da parte delle persone “offese”.
Come ogni (adult) stand-up che si rispetti, nello show non mancano i passaggi più profondi. È il caso di Evil, presa di coscienza in cui Eminem palesa il lato più infimo e malvagio di sé, come accaduto in Guilty Conscience 2, sequel del brano datato 1999 in cui lui e l’alter-ego sembravano trovare un punto di convergenza e lasciarsi in modo pacifico.
Alla ricchezza di parole non corrispondono sempre produzioni memorabili. Chi non mastica lo slang statunitense si ritrova ad ascoltare beat e groove interessanti quando firmati da Dr.Dre (Lucifer, Road Rage), molto meno se prodotti dallo stesso rapper o da Luis Resto. Il fil rouge resta il suono di una personale Golden Age, un tripudio di hip-hop in purezza ricchissimo di campionamenti, accenni a sfumature black, atuocitazionismo e inflessioni da club.
Non tutto è da buttare, si salva l’intimismo radiofonico di Temporary, dotata di un inciso affidato a Skylar Grey (ospite che brilla insieme a tutti gli altri coinvolti da White Gold a Shy Pyper passando per Ez Mil), e la conclusiva Somebody Save Me (con Jelly Roll) che riprende i problemi di dipendenza che hanno portato Em all’overdose nel 2007. Funzionali i tecnicismi del secondo singolo Tobey (con Big Sean e BabyTron) e l’autocitazione totale dell’apripista Houdini, una Without me 2.0 che ha fatto impazzire i nostalgici.
Déjà vu e fan hardcore a parte, The Death Of Slim Shady (Coup De Grâce) mostra i muscoli ma non diverte. Il vecchio Slim era giovanile, giocoso. Il giovane Slim passato attraverso la porta temporale un boomer palestrato di barre che non fanno ridere.
Pensare di poter conquistare di nuovo la scena usando come arma proprio l’irriverenza degli esordi è un rischio. Farebbe ridere Fibra se si trasformasse a quasi cinquant’anni in Mr. Simpatia?
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