Recensioni
Mogwai, I Hate My Village, Christian Loffler, Indian Wells
Ellenic Music Festival 2024
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Antonio Pancamo Puglia
- 17 Luglio 2024

Giunto alla quarta edizione, Ellenic Music Festival apre la stagione estiva dei festival indipendenti siciliani in un luglio implacabilmente torrido, a dimostrazione che il Sud – anche estremo – della penisola, ormai da tempo, non offre più soltanto mare, relax, buon cibo, bellezze naturali e patrimoni monumentali assortiti. Sebbene si tratti di una realtà ancora relativamente giovane, nata per di più in piena pandemia dall’intraprendenza di promoter indipendenti locali, la rassegna, che si svolge nel cuore dello scenario unico della Valle dei Templi di Agrigento, è riuscita sinora a ospitare nomi di punta del circuito indie ed elettronico come Editors, Vitalic, Notwist, Rival Consoles, Subsonica e Marlene Kuntz.
Oltre ad essere anticipata di un mese, quest’anno la due giorni ha offerto rispetto all’edizione precedente una scaletta leggermente più ridotta (sei nomi anziché sette) ma più densa e coerente: l’apertura è affidata agli svedesi Crying Day Care Choir e al loro indie folk intimo, giocoso e partecipato, con un set che ha condensato il meglio dei loro tre album in studio rispolverando un po’ di quelle atmosfere twee pop che già vent’anni orsono andavano a quelle latitudini scandinave (ricordate I’m From Barcelona o anche il caro vecchio Jens Lekman?).
Niente di più distante, ad ogni modo, da quanto presentato immediatamente dopo dai “nostri” I Hate My Village. L’assalto sonoro del mostro a quattro teste di Fabio Rondanini (Calibro 35), Alberto Ferrari (Verdena), Marco Fasolo (Jennifer Gentle) e Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) è spietato e chirurgico, riuscendo ad essere ferale e cerebrale al contempo. La verifica su palco della bontà della seconda uscita Nevermind The Tempo arriva puntuale, tra intrecci afro di batteria e chitarra, bordate di synth e disturbi noise (cortesia di rumorismi e glitch dispensati da Ferrari) in una sorta di blues ancestrale ipnotico e postmoderno, che prende il meglio della lezione di gente come Battles e The Smile (in questo, analoghi ai C’mon Tigre), con una perizia tecnica e un affiatamento che mantengono sempre e comunque una matrice e un’attitudine piuttosto hardcore; forse quello che manca è una setlist davvero coesa, ma l’apertura e la chiusura rispettivamente di Tramp e Tony Hawk Of Ghana suonano come già piccoli classici di un’ottima band, mentre i singoli Artiminime e Water Tanks fanno il loro lavoro.
Chiude la prima serata il set elettronico di Christian Löffler, che per un’ora e quaranta circa trasforma la Valle dei Templi in un club berlinese con i battiti continui e incessanti della sua trance minimale in 4/4, densa di richiami classici e appena disturbata da qualche variazione nelle dinamiche dei bassi e dei timbri, con qualche incursione melodica in un pattern armonico piuttosto fisso; un sogno pulsante al chiarore di una calda sera d’estate siciliana, con i templi dorici sullo sfondo a fornire un visual unico al mondo. Non male.
C’è chi guarda le scarpe e chi il soffitto: ceiling-gaze è la personale declinazione dei milanesi Novanta di un genere (o meglio, di un modo di sentire la musica) condensato nella loro ultima fatica Punk For Introverts; fedele alla classica formula shoegaze dei maestri Slowdive con tocchi di post-rock e lieve elettronica, il loro set di appena mezz’ora riscalda cuori e animi in vista di quello che sarà il piatto forte della seconda serata (e del festival): gli attesissimi Mogwai, innamorati della Trinacria dai tempi della loro prima discesa per Ypsigrock nel 2011.
Ma prima è il momento della vera rivelazione – per chi scrive – di queste due serate: con una formula praticamente agli antipodi di quella di Löffler la sera precedente, il produttore calabrese Indian Wells (al secolo Pietro Iannuzzi) sfodera sul palco un live estremamente dinamico, cupo e avventuroso, tra beats ossessivi e synth vintage, impreziosito da una batteria live; un nome su cui noi di SA avevamo già puntato in passato e che conferma, dal vivo, la propria caratura, congiungendo in una sera idealmente gli ameni, freschi eppure misteriosi boschi della Sila con l’infuocata, arsa e arida Sicilia.
Poco prima della mezzanotte, il basso arpeggiato di Yes! I Am A Long Way From Home annuncia l’arrivo di Stuart Braithwaite e compagni, ed è subito Young Team, a ricordarci dopo tutti questi anni da dove arrivano i Mogwai, e perché adesso sono lì (ancora) davanti a noi. È immediatamente evidente che la scaletta approntata dagli scozzesi è quella delle occasioni speciali: fatti salvi alcuni doverosi estratti da As The Love Continues (2021), si pesca a mani basse dagli archivi, tirando fuori piccole semi hit come lo slowcore di Take Me Somewhere Nice, o Hunted By A Freak con il suo vocoder distopico (ma Barry Burns non c’è: al suo posto la sostituta Maria Sappho), o le chicche formato singolo come New Paths To Helicon 1 o una Summer nella versione originale da EP. Il tempo trascorso ha indubbiamente conferito a questo repertorio una autorevolezza che, pur già implicita, oggi risuona con la fierezza dei classici.
La parte migliore, come di consueto, arriva in coda alla setlist con il doppio attacco di Like Herod e Old Poisons, un finale pirotecnico, tellurico, un devastante muro di suono dai tratti fieramente metal (fate voi se mettere il prefisso post- o meno), tra riffoni e distorsioni a decibel implacabili, un colpo impietoso dietro l’altro, un’estasi portata avanti con una maestria nelle dinamiche che ha del sadico (come Erode, appunto), che nessun altro possiede. Ecco, se era davvero necessario farlo, vedendola ancora dal vivo torniamo a ricordarci perché questa band, un trentennio dopo i primi passi, rimane rilevante e imperdibile su un palco; e loro sono lì a mostrarcelo con la nonchalance e la naturalezza dei fuoriclasse, sommata alla gioia sincera degli eterni ragazzi in vacanza (l’entusiasmo di Braithwaite nei gioiosi ringraziamenti tra un brano e l’altro è davvero palpabile).
È il momento dei bis. Dopo una Ritchie Sacramento che, in questa ultima fase di carriera, rivela una inattesa e sorprendente vena indie-pop, la chiusura con i droni e le esplosioni di Mogwai Fear Satan è, come molte altre volte, l’unico finale possibile; solo stavolta, però, a far da sfondo ci sono il Tempio di Giunone, il mare africano e una leggera brezza di mezza estate a lenire l’afa del giorno, con un pubblico in religioso silenzio fino alla catartica deflagrazione finale, pelle d’oca e lucciconi annessi. Irripetibile.
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