Recensioni
Dolceamaro, sublime, ferito, arrogante, limitato, eclettico. Il debutto di Ele A, come si poteva immaginare, porta con sé tanto di cui discutere in poco più di mezz’ora di ascolto. La ventitreenne svizzera sbarca finalmente sul mainstream dopo una gestazione fatta di EP (l’acclamatissimo Globo del 2023 e il sognante Acqua, uscito lo scorso anno), freestyle, feat di grossa caratura (Guè, DJ Shocca, Sick Luke, Mace…) e incendiari live show capaci di costruire un solido e condivisibile status da “miglior rapper donna” e “futura star dell’hip hop italiano” in tempo record. Pixel, uscito per Universal, è uno dei debutti più attesi degli ultimi tempi, ed è esattamente quello che succede quando il rap che ci meritiamo incontra il rap di cui abbiamo bisogno: una visione nuova contro uno standard, una direzione solida contro il suo opposto.
Nel suo primo vero progetto, la rapper con occhialoni da sole e vestiti baggy, amante dell’old school e delle sonorità più distese dei ’90s statunitensi, non si scorda di auto-celebrarsi e festeggiare la sua street credibility fino allo sfinimento. Il suo acquisito strapotere sul rap game diventa accettabilmente ottuso e arrogantemente egoriferito, spesso palesemente di facciata, un lato di sé che lei stessa smantella più avanti nel disco, come se due artiste completamente diverse si scambiassero microfono e penna. Ma il fil rouge rimane lo stesso, costruito da promo, videoclip e testi, con un’immagine così curata che sembra quella di una professionista esperta. Un ponte tra la venerazione per Biggie e la curiosità per Madame (vedi la conclusiva Atlantide, ballad piano-voce dal testo tra i più significativi e visionari della sua carriera), tra barre taglienti (Quintale, 091, Ti Aspetto) e melodie morbide (X Te, Pixel, Windy Days, la già citata Atlantide). Un fil rouge permeato di malinconia, a volte estremamente visuale e chiaro nelle direzioni, altre volte troppo impersonale e perso nei cliché e nei vicoli ciechi dell’ostentazione.
Lo stesso procedimento contraddittorio si riscontra nell’impianto musicale eterogeneo, che spazia dal G-Funk timido e preconfezionato (Con Le Mie G con un Guè controllato, che riprende un classico di Nate Dogg), al crunk rimbalzante e minaccioso degli anni ’00 (Ti Aspetto), fino a patine lo-fi delicate vicine al pop (Mai con Gaia) e breakbeat tendenti allo UK Garage (Pixel, X Te), con narrazione vellutata già nota in altri brani della rapper, capace infine di internazionalizzarsi con grande gusto e invettiva (Cielo Grigio con il francese NeS, senza dubbio uno degli highlight del progetto).
Pixel mette in evidenza due diversi stati di salute: quello del mercato “urban” e quello dei suoi protagonisti, con il primo che continua a confondere le idee e ostacolare la piena fioritura dei secondi. Se da un lato non c’è dubbio che un pezzo come Buon Esempio rifletta le potenzialità sconfinate della nuova scena (ottimo il tridente con Promessa e Sayf), dall’altro resta viva una tendenza a compiacere la grande macchina discografica, anche quando sei un’artista giovane e consapevole delle minacce dei grandi numeri. Non è un caso che l’autenticità di Globo venga un po’ meno in questo frangente.
Ele A vive pienamente queste contraddizioni: un album che respira una buonissima aria, ma con retrogusto “industriale”, dove novità e ambizione si intrecciano a ripetizioni e formule. Condannare una ragazza così talentuosa per non aver azzeccato l’album del decennio al primo tentativo sarebbe follia. Non siamo qui per affossare una delle voci più autorevoli e promettenti di oggi; la strada è tutta da spianare per un’artista bravissima e sveglissima, che in pochissimo tempo ha conquistato un mercato quasi completamente maschile, proponendo un’alternativa spudoratamente più originale, dettagliata, profonda o, per farla più semplice, valida rispetto alla lampante mercificazione e superificalità di altre donne che stanno dominando la scena (Anna e Rose Villain più di tutte). C’è solo da far attenzione a una struttura ottusa e limitante, che ha dimostrato di attaccare veterani e neofiti allo stesso modo, anche quelli più abili e fedeli a sé stessi.
Pixel è dolceamaro da far spavento, ma porta in sé la speranza che non deve soccombere alla rassegnazione. Vedremo come si evolverà il tutto.
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