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6.2

Fin dagli esordi Matteo Professione, alias Ernia, è stato percepito come la “penna aulica” della sua generazione: diverso, più profondo, certamente meno frivolo dei colleghi (non che ci voglia molto, in realtà). Nel fatidico 2016, mentre Sfera decantava le panette e Rkomi lanciava romantici aeroplanini di carta insieme ad Izi, lui sceglieva un’altra via: quella della parola. Una scelta che lo ha reso una delle poche figure rispettate anche fuori dalla cerchia trap, ma che oggi rischia di trasformarsi in un boomerang: essere “quello bravo a scrivere” non basta più se, in fondo, resti sempre uguale a te stesso.

A confermarlo è Per soldi e per amore, nato addirittura da una decisione drastica: buttare via un disco già pronto perché reputato non all’altezza. Ma tolta la patina comunicativa, la formula resta sempre identica al passato: un concentrato di introspezione, rigorosamente confezionata con beat minimali – i in questo caso orchestrati integralmente da Charlie Charles – i e zero rischi reali.

Già dall’intro Mi ricordo capiamo che il terreno è noto, visto che si tratta di un’apertura in crescendo tra amarcord e nostalgia, percorso battuto già da tanti (l’ultimo in ordine cronologico è stato Rkomi con L’ultima infedeltà, opening di Decrescendo). Non manca poi l’inflazionata e didascalica lettera a se stesso (Per te), così come l’ennesimo brano sul conflitto soldi/affetti (la title track Per soldi e per amore).

Il disco, va detto, si accende non appena esplora la vulnerabilità: Per i loro occhi (autobiografia di un rapporto genitoriale difficile) e Non piangere (nato da una telefonata con un amico in carcere) sono i momenti più emotivi. Bene poi tutti gli ospiti: i Club Dogo riportano il sound a casa in Figlio di, Marracash garantisce in Da denuncia (occhio all’inciso che funziona), Kid Yugi porta un tocco di freschezza a livello di flow in Fellini, e Madame avvolge Perché di una ritrovata malinconia.

Il punto è che Ernia scrive bene, benissimo. Ma continua a giocare sul sicuro. Non osa, non spiazza, non rompe mai davvero la sua cornice autoriale. Non serve reinventarsi ogni volta, certo, ma restare perennemente nella stessa comfort zone rischia di trasformare un talento puro in inutile manierismo. Per soldi e per amore in tal senso resta quindi un disco che vuole essere dimostrazione di maturità (ha appena superato i trent’anni), ma che in realtà conferma soprattutto una fase di stagnazione.

Nessuno pretende la follia visionaria del miglior Dargen D’Amico (Nostalgia instantanea docet), né la fame iper-citazionista del già citato Yugi. Ma perché accontentarsi di essere solo il rapper “colto” della generazione 2016, quando in realtà potrebbe abbracciare anche un target diverso? In passato in tanti l’hanno fatto (vedi l’ultimo Ghemon prima della svolta soul, capace di pescare un pubblico anche non avvezzo al rap). Perché le teen icons di oggi vogliono restare teen icons a vita? Urge una riflessione.

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