Recensioni

5.7

Terrorizzata dallo stato attuale del mondo, Sarah Assbring aka El Perro Del Mar invita tutti a interrogarsi con le giuste domande, per provare a migliorare la situazione e tornare così «ai valori perduti come l’empatia e la gentilezza umana». Con l’EP di sei brani We Are History fa esattamente questo, per venticinque minuti di melodie rarefatte e morbidi beat: cerca risposte, non trova quelle che vorrebbe e forse nemmeno quelle che potrebbero andar bene al suo pubblico. In questo nuovo lavoro, che arriva a due anni di distanza dall’ottimo KoKoro, l’artista nordica non esita a denunciare l’imperialismo occidentale, l’instabilità politica del post Brexit, l’ascesa di Trump e un oscuro senso di oppressione quasi impossibile da riscontrare nel già politico disco del 2016, come lei stessa ha dichiarato, «in un tempo che sembra andare a ritroso umanisticamente e moralmente, che vuol costruire muri anziché abbatterli, ho capito che volevo fare un album senza confini, un disco che appartenesse a nulla, ma con una voce e un cuore universali». I tempi sono cambiati e si sente, tanto che l’energia di KoKoro sembra svanire nella cupezza di questo nuovo lavoro. Una sorta di appendice buia e ricurva, i cui brani si fanno pienamente lunatici e introspettivi, volti al minimalismo fra synth fantasma e melodie drammatiche.

We Are History funge sì da complemento all’album del 2016, sia in chiave testuale che sonora, ma con la volontà di superarlo, attraverso un sound ricercato al quale ha lavorato anche il produttore di sempre Jacob Haage. La Assbring mette a nudo anima e cuore: i testi, che hanno lo stesso approccio esteriore di KoKoro, si rivelano però eccessivamente oscuri e quasi congelati – a mo’ di predicozzo, come in «la libertà è uno stato di potere / il mondo occidentale non accetta la realtà / la libertà è un club privato / l’ospite si svaluta nel sangue» – tanto da non rendere semplice e piacevole l’ascolto dei sei brani. Tutto il dolore delle notti, la confusione degli interrogativi senza risposta, un’introspezione profonda ma pesante. We Are History guarda al passato, all’impossibilità di imparare dagli errori già compiuti, al ruolo della memoria, alla sua assenza in maniera semplicistica e confusa, spesso votata allo spot propagandistico.

L’apertura affidata a Mirrors cerca un senso di empatia, con l’innesto di un gamelan compassionevole, ripetendo frasi come «voglio provare» e «c’è del buono dentro di me» con voci emozionate, mentre tenta di vedere se stessa e gli altri con un maggior senso di fratellanza. L’arpa pizzicata, gli svolazzi di archi drammatici e graffianti regalano una ballata cupa, piena di rimpianto e desiderio di trovare una connessione con l’umanità di oggi. Può il tempo connettere i vivi e i morti? Sembra voler dare una risposta la title track, dalla natura quasi spettrale, sul modo in cui i nostri antenati (soprav)vivono l’oggi attraverso i loro tratti unici (che siano speranze, sogni o cicatrici). L’idea che le generazioni siano legate insieme poteva effettivamente essere un tema estremamente interessante da riversare in musica, peccato che non bastino ondate di sintetizzatori a riportare il moto riflessivo sul corpo sonoro, senza poter trovare una zona grigia tra chi dimentica e chi ricorda, sommersi da trionfanti downbeat un po’ fuoriluogo.

Un po’ meditabonda, con i synth dark e un gusto vicino ai Dead Can Dance più pop, la nuova Assbring presenta una certa debolezza nella semplicità dei testi, nel fissarsi su ritornelli e ripetizioni, ed è un peccato che le intenzioni filosofiche portate avanti da una ricerca interessante su mondi e civiltà lontane, vengano così indebolite. Priva di potenza e con un’idea centrale – quella di vivere la propria vita secondo il destino – martellante fino alla noia, Petals appassisce nelle note più accese di Freedom Is A State of Mind che, con i suoi strati percussivi, ricorda il miglior lato di KoKoro.

Un EP contemporaneo, politico e politicizzato, ma in cui si respira un’aria pesante, che manca della leggerezza creativa e curiosa di cui la Assbring sembrava portatrice, anche grazie al suo sguardo globale sui suoni di mondi lontani. Sembra proprio che questa volta El Perro del Mar non aggiunga e non tolga niente al capitolo scritto due anni fa.

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