Recensioni

Negli ultimi anni, il regista cileno Pablo Larraín ha vissuto una felice parentesi hollywoodiana narrando grandi figuri femminili, da Jackie (biopic su Jackie Kennedy con Natalie Portman) a Spencer, film sulla principessa Diana che è valso una nomination agli Oscar per Kristen Stewart. Il suo prossimo progetto, Maria, sarà invece dedicato alla vita tumultuosa di Maria Callas, interpretata da Angelina Jolie. Nel mezzo c’è il suo El Conde, un film che, tra il glam e le nevrosi delle sue eroine ultra occidentali, ci ricorda che Larraín è ancora un regista attaccato alla sua terra, con le sue istanze politiche e una rabbia ancestrale nei confronti di una delle figure chiave del Cile: Augusto Pinochet.
Una pellicola, questa, che arriva a cinquant’anni dal golpe del 1973, che dall’11 settembre di quell’anno all’11 marzo 1990 pose il generale alla guida di un regime autoritario e dittatoriale. Più volte Larraín ha affrontato i traumi generazionali di una nazione devastata da quella fase lunga e sanguinosa, prima in Tony Manero (2008), poi in Post Mortem (2010) e No (2012). Per quanto il regista non aggiunga nulla di nuovo a ciò che aveva già raccontato in questi film, El Conde resta una satira pungente, cupa, che stavolta va dritta al cuore del problema – il dittatore, appunto.
El Conde è una commedia nera che parte da una premessa molto semplice: Augusto Pinochet è un vampiro di 250 anni. È una creatura che ha continuato a succhiare il sangue del suo popolo anche dopo la fine del regime, morto in attesa di un processo mai giunto a termine. Il suo vero nome in realtà è Claude Pinoche, vanta un passato da rivoluzionario francese ed è stanco di vivere. Dopo aver finto la sua morte nel 2006, ormai ritiratosi con moglie e maggiordomo, Pinochet inizia a rifiutare il sangue umano. Una serie di cruenti omicidi a Santiago, tuttavia, mettono in allarme i figli del dittatore: Augusto ha ricominciato a nutrirsi? Quando potranno godere i frutti della loro eredità?
È la prima volta che Larraín affronta questo genere, e nel farlo gioca con i canoni tipici dell’immaginario vampiresco: Pinochet vola come un pipistrello ma invecchia, non ha nulla di affascinante e, come spesso capita nelle storie di dittatori o politici, è più simile a una maschera decadente. C’è il gore, c’è l’horror, ci sono lande desolate che a modo loro sanno essere gotiche, grazie all’intenso bianco e nero e alla fotografia di Edward Lachman, che qui ricorda un po’ quella di A Girl Walks Home Alone at Night di Ana Lily Amirpour (un altro film sui vampiri).
El Conde non è il film perfetto: dopo un inizio col botto, Larraín si perde un po’ a metà strada insistendo molto sull’invettiva politica e poco sulla storia, diventa insomma più difficile da digerire, e tutto quello che ha da dire lo dice già benissimo nel primo atto, intrigante e divertente. Larraín dà al film una svolta alla Succession con i figli che complottano per riscuotere finalmente la loro eredità, e così avanza tra intrighi e flashabck che, purtroppo, frenano l’aspetto assurdo della pellicola che, in questo senso, avrebbe potuto osare ancora di più.
Nonostante ciò, per questa pellicola Larraìn ha conquistato il premio della sceneggiatura a Venezia 80, probabilmente perché sa regalarci immagini mozzafiato che da sole bastano a raccontare l’orrore, la violenza e la paura di quella fase di storia cilena. Dal giovane vampiro Pinoche che lecca il sangue di Maria Antonietta direttamente dalla lama della ghigliottina alla ridicola banda musicale pronta a suonare per lui nel soggiorno, passando per l’affascinante suora convocata per indagare sulle finanze del “conte” che vola leggiadra, non come un pipistrello ma più come una colomba (e che ricorda tanto la Renée Falconetti de La Passione di Giovanna d’Arco).
Sicuramente El Conde è il film che più prende di petto la figura di Pinochet della filmografia di Larraìn, e nel farlo si lascia andare a un umorismo disincantato, pessimista e profondamente amaro, che sembra non lasciare spazio a un po’ di luce. Non è un film dai toni arrabbiati, ma la rabbia di Larraìn trasuda da ogni frame, e in questo ha una sua identità ben solida .Una rabbia irrisolta, perché se il cinema può servire all’autore e agli spettatori a processare certi sentimenti e a fare i conti col passato, come può un cileno scendere a patti con Augusto Pinochet? Ed è uno di quei film che ti fa venire voglia di un remake italiano: la buttiamo lì, El Cavaliere.
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