Recensioni

Archiviata l’esperienza con Gianni Maroccolo per il precedente album Illusion – forse la parentesi meno “eddiana” di tutta la discografia del Nostro, eppure non priva di spunti interessanti – Edda torna a collaborare con Luca Bossi, già produttore artistico degli (ottimi) Fru Fru e Graziosa Utopia. Il binomio si riconferma portatore sano di ottime intuizioni, se è vero che Bossi riesce anche in questo caso a trasformare la scrittura musicale istintiva e sopra le righe di Edda in un disco dagli arrangiamenti ricchissimi e con un particolarissimo dinamismo. Un lavoro dall’impronta fortemente rock, ma in cui fanno capolino interventi strumentali atipici volti ad arricchire i livelli strumentali alla base del suono, come ad esempio i fiati di Maurizio Ottolini.
In brani come l’introduttiva La Diavoletto c’è tutto il succo di questa joint venture virtuosa: chitarre elettriche tese e compresse, intensi crescendo e cambi di velocità, la tipica ironia un po’ amara («e lei che mi dice ti amo un cazzo / e lei che mi dice che sono grasso / chi gliel’ha chiesto») in testi che ancora una volta sono un prova di equilibrismo sul filo di “una rima tira l’altra”. Un universo di accostamenti di significato che a monte sembra una festa di coincidenze fortuite e a valle acquista, non si sa come, un suo senso e anche una certa profondità, definendo uno stile ormai riconoscibile.
In tracklist c’è spazio, tra le altre, anche per una Giorni di gloria che sembra ispirarsi, per alcune parti, alla Pumping on your Stereo dei Supergrass, ma anche per una Dixan che in apertura colleziona accordi à la Clash e in chiusura dà spazio a un coro di voci, una 5 meno meno che se dici Arctic Monkeys per certe chitarre elettriche non sei troppo lontano dalla verità, una Belisotta punk e lo-fi che ci informa che «Fedez non è Hegel, però i Russi sono de coccio» e una Ezechiele che è forse il brano più “cantautorale” del pacchetto e anche quello più intenso.
C’è da dire che dopo tre o quattro ascolti il disco guadagna punti, e anche se l’impressione è che in Messe sporche non ci sia lo stato di grazia che si respirava in Graziosa Utopia (ad esempio, in brani come Spaziale, Signora o Zigulì), quello che si ascolta è comunque un Edda centrato ed efficace, e siamo sicuri che due o tre brani in tracklist diventeranno pure dei passaggi obbligati dei concerti. Senza tralasciare il fatto che il Nostro continua ad essere (per fortuna) uno dei pochi artisti italiani capaci di mostrarsi per quello che è senza preoccuparsi troppo dei giudizi di chicchessia, come dimostra anche una copertina “in stile Fausto Papetti” (Edda dixit) che gioca con ironia con il titolo del disco.
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