Recensioni

Viviamo in un mondo, oggi, in cui tutto è post punk. Per “mondo”, naturalmente, intendiamo la micro-bolla di chi è ancora interessato alla musica rock più o meno alternativa, con una particolare attenzione alla categoria “band-giovani-che-si-ostinano-a-usano-le-chitarre”, cioè i panda albini della fauna musicale contemporanea. Un’etichetta, “post punk” (con o senza trattino, a scelta), che viene appiccicata con estrema e sospetta liberalità a qualunque gruppo suoni vagamente cupo (un po’ tutti, visti i tempi), con il basso preminente, le chitarre di cui sopra che suonano scarne, spigolose e depurate di qualunque tentazione rock’n’roll, un cantato mono-tono tendente a sfociare nello spoken word e un endemico fastidio nei confronti di qualunque cosa assomigli a melodie e hook.
Al di là dell’effetto saturazione che dovrebbe avere ormai provocato l’abuso del termine (al pari di quell’altra calamità semantico-musicale, lo “shoegaze”, cioè una cosa che chi c’era si ricorda essere stata vagamente interessante per due mesi nel 1990 e mai avrebbe immaginato sarebbe diventato così popolare trent’anni dopo), e lasciando perdere la questione dell’anacronismo insito nel volerlo applicare a un contesto musicale e sociale completamente diverso, c’è spesso una curiosa dimenticanza quando si citano gli archetipi dei vari Fontaines D.C., Dry Cleaning, shame, Idles e compagnia di musoni post punkettari. In genere i nomi più gettonati sono quelli degli inevitabili Joy Division, degli altrettanto immancabili Cure, dei Fall, talvolta degli Wire e – incuranti dei sopraccigli alzati – degli U2, nei casi più tendenti al dark Bauhaus e Siouxsie & the Banshees e in quelli più vicini al punk-funk (anche se oggi non tira più tanto) i Gang of Four. Raramente, per non dire mai, vengono citati quelli che a ben vedere, e soprattutto sentire, dovrebbero essere considerati i più prossimi al modello post punk 3.0, pur con tutte le differenze del caso: Echo & the Bunnymen.
In effetti, già aver speso milleottocento battute prima di arrivare a nominare i protagonisti di questo articolo in qualche modo conferma l’assunto. Come se la band di Ian McCulloch debba essere inserita in una cornice che in qualche modo la attualizzi e la colleghi al presente, e allo stesso tempo la inquadri in un momento storico ben preciso nonostante Mac e Will Sergeant abbiano continuato a sventolare il glorioso stendardo dei Bunnymen (dopo la reunion del 1997) portandolo in giro fino agli anni recenti. Eppure, quante volte ascoltando i nuovi virgulti wave (giusto per evitare l’altra famigerata definizione) sarà venuto da esclamare a chi conosce bene quei dischi Heaven Up Here!, Porcupine! e – soprattutto – Crocodiles!.
Il primo album di Echo & the Bunnymen è uno di quei dischi che si possono a buona ragione definire fondativi. Dello stile del gruppo (al netto delle evoluzioni successive), di un suono, di una scena, di una attitudine, di una estetica. Il dove e il quando sono noti: fine anni 70, Liverpool. Dopo il merseybeat e un certo quartetto piuttosto famoso negli anni ’60, la città si era accucciata per quasi un decennio sulle sue glorie passate. Persino l’avvento del punk, inizialmente, non pare scuotere le placide e zozze sponde del Mersey, al contrario di quello che era successo nell’eterna rivale Manchester, a Sheffield o a Leeds. E lasciamo perdere Londra. Ma c’è una congrega di ambiziosi perdigiorno che da lì a poco vendicherà l’orgoglio scouser, riportando Liverpool al centro degli eventi.
Non è esattamente una scena, bensì un nucleo di una quindicina di persone mal contate e che in gran parte si detestano tra di loro. Ma che, almeno all’inizio, non riescono a fare a meno gli uni degli altri, tessendo una rete di collaborazioni reciproche che quasi sempre si ferma al pub prima ancora che in sala prove. Tra costoro ci sono Ian McCulloch, Julian Cope, Pete Wylie (che intorno al ’78 si ritrovano nei Crucial Three, fantomatica formazione che non è mai arrivata né a esibirsi né tantomeno a finire di scrivere una canzone) e la coppia terribile Dave Balfe & Bill Drummond, membri dei Big in Japan insieme a Jayne Casey e Holly Johnson (poi nei Frankie Goes to Hollywood) che sulla spinta del punk e del do-it-yourself lanciano l’etichetta Zoo, snobisticamente dedita al solo formato dei singoli.
Tra questi ci sarà The Pictures on My Wall/Read it in Books, primo 45 dei Bunnymen. L’esordio su un palco della band composta da McCulloch e dal chitarrista Sergeant con il bassista Les Pattinson e una scalcinata drum machine (Echo, per gli amici) avviene nel novembre del 1978. Il locale è l’Eric’s, il fortino delle ancora sparute truppe punk/new wave liverpooliane, che tra l’altro si trova in quella stessa Matthew Street su cui si affacciava il Cavern. Location di buon auspicio, così come la convinzione e l’allure da rockstar in erba del leader con le labbrone alla Jagger. I primi passi della band sono tuttavia zoppicanti, il suono acerbo e legnoso. Colpa anche di quel povero bastardo di Echo, che viene prontamente portato in discarica quando i Bunnymen fanno la conoscenza di Pete DeFreitas. Il giovanissimo batterista non è di Liverpool e proviene da una classe sociale più elevata, ma nonostante l’atteggiamento posh e l’accento del sud si integra subito negli equilibri del gruppo, trovandosi magnificamente con Pattinson insieme al quale crea una delle più straordinarie sezioni ritmiche dell’epoca. Nel 1980, l’anno più post punk di tutti, si può partire sul serio. Contratto con la Korova, sub-label della Warner, distribuzione americana a cura nientemeno che della Sire, tre settimane prenotate ai leggendari Rockfield Studios in Galles, ed ecco arrivare con le fauci spalancate Crocodiles.
Già con la prima canzone in scaletta, Going Up, si pone un’altra questione terminologica, questa però relativa all’epoca in cui uscì l’album. In anni in cui nessuno sapeva di essere in un periodo “post punk”, la musica di Echo & the Bunnymen – così come quella dei Teardrop Explodes di Cope e in generale quella proveniente da Liverpool – venne immediatamente bollata come “neo-psichedelica”. Definizione problematica, e oggi forse meno comprensibile di quanto lo fosse per i contemporanei, ma con qualche ragione. Al di là dell’ineliminabile retaggio 60s locale, ci sono diversi elementi che riportavano a un certo mood sonoro di più di dieci anni prima. Il cantato che – nell’impostazione più che nel timbro – ricorda spesso Jim Morrison, peraltro influenza ovvia per almeno metà dei vocalist new wave, laddove l’altra metà era modellata su Bowie.
Sempre McCulloch, ma in veste di chitarrista ritmico, sembrava aver plasmato il suo stile essenziale con l’ascolto coatto del Lou Reed epoca Velvet Underground (Waiting for my Man e Run Run Run soprattutto). In pezzi più tirati e compressi come Do it Clean si sente forte e chiara l’impronta garage-psych (Nuggets era un testo sacro per la cricca liverpooliana), in particolare zona ? & the Mysterians e Strawberry Alarm Clock. L’ariosità e l’atmosfera trasognata della splendida Stars are Stars sono un altro rimando alle vibrazioni sixties. E poi c’è Going Up, come si diceva. L’attacco vagamente “spaziale” suggerisce un improbabile gemellaggio con quello di Astronomy Domine dei Pink Floyd barrettiani (quelli successivi erano rigorosamente verboten), ma soprattutto c’è quel verso nel testo: “do you know what’s wrong with the world?/everywhere there’s people with no flowers in their hair”.
Difficile immaginare che un ragazzo cresciuto negli anni ’70 nelle case popolari di Liverpool nutrisse nostalgie hippy, e del resto il retrogusto sarcastico non manca mai nei testi di McCulloch, ma è altrettanto vero che c’è anche un certo afflato verso l’idealismo, o almeno l’aspirazione a volare sopra la desolazione dei tempi senza accontentarsi di rappresentarla con la precisione brutalmente fotografica tipica di gran parte delle band punk (e post). Certo, come canta Mac in The Pictures on my Wall “le fotografie sulla mia parete dondolano e stanno per cadere”, ma poi aggiunge “puoi sentirlo?/ il suono di qualcuno che pensa/di un cuore che batte/sulla giostra stanotte”.
Nonostante il gloom & doom sparsi dappertutto, le foto sotto-esposte e i cappottoni scuri, lo sguardo è rivolto sempre a qualcosa di grande, oltre le miserie urbane e di una generazione blank che si sentiva figlia di nessuno. Qualcosa che poteva essere il successo, volendo essere cinici, ma non solo. Un aspetto che colloca Echo & the Bunnymen nell’alveo di quella big music che caratterizzerà una parte degli anni ’80 britannici (Waterboys, Big Country, Alarm, quel genere di cose) ma soprattutto li avvicina più di quel che si pensi agli U2, con i quali si contendevano in quel momento i favori del pubblico rimasto orfano dei Joy Division, come acutamente notato da Simon Reynolds nel suo (ehm) Post-punk. E non solo perché entrambe le band hanno scritto un brano intitolato Pride.
A fare la differenza, rispetto a contemporanei, antesignani e emuli futuri sono soprattutto due elementi. Uno è il carisma di McCulloch. L’altro è la chitarra di Sergeant. In un periodo nel quale in molti hanno reinventato l’approccio alla sei corde e il ruolo della chitarra solista, lo stile di Sergeant spicca nella sua unicità, brillando come – citiamo nuovamente Reynolds – “quarzo scheggiato” che “lascia acri di spazio vuoto, evitando qualunque cosa assomigli a un assolo salvo l’occasionale e gelida stoccata sulle corde”. Uno stile che riesce nell’impresa di essere allo stesso tempo rigoroso e melodico, gelido e accogliente, sobrio e epico, spesso nell’arco dello stesso pezzo. Per conferma, ascoltare attentamente Monkeys o Happy Death Men seguendo solo la chitarra.
E poi, sì, c’è la presenza torbida, affascinante, magnetica di colui che è il volto e la voce dei Bunnymen. I suoi testi, anche. Piccoli capolavori di enfasi dissimulata, nei quali l’imperscrutabilità delle storie e delle immagini raccontate si abbina sempre al talento nell’inserire frasi apparentemente nonsense (o comunque non collegabili al resto delle liriche) capaci di diventare tormentoni che guidano la canzone. Come il “is this the blues I’m singing?” della travolgente Rescue, canzone fantastica che ha scritto “classico inarrivabile” in fronte, o il “Bopsie Waddy wanna shake your money” di Villiers Terrace, apparentemente un quadretto di gente in botta da stupefacenti ma che Mac ha perversamente dichiarato essere ispirata a un luogo di Liverpool frequentato da Hitler (!) quando abitò nella città per breve tempo negli anni ’10. Inutile farsi domande.
McCulloch e Sergeant, ok. Ma è comunque tutta la band a filare come un treno, e se c’è un dato che emerge ancora nettamente dall’ascolto dopo tutto questo tempo è la straordinaria compattezza di gruppo, con il basso di Pattinson e la batteria di DeFreitas che non si limitano a spalare carbone in sala macchine. Non è un caso, a questo proposito, che tutti i brani siano firmati dai quattro membri. Fanno eccezione Pictures… e Read it in Books (la seconda, composta da Mac con il suo deuteragonista Cope, è presente solo nell’edizione americana), scritte prima dell’arrivo di DeFreitas. Anche per questo è comprensibile il risentimento degli altri tre quando videro sul retrocopertina di Crocodiles una foto del solo Ian. Ma se anche cominciavano a formarsi le prime crepe, gli Echo & the Bunnymen rimarranno una gang unita e inarrestabile almeno per i successivi quattro anni. C’era ancora del lavoro da fare, questo era solo l’inizio. Il paradiso lassù e la luna assassina li stavano aspettando.
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