Echo & The Bunnymen
Echo & The Bunnymen, still dal video “The Killing Moon”

Echo & The Bunnymen. “The Killing Moon”, destino contro libero arbitrio

Under blue moon, I saw youSo soon you’ll take meUp in your arms, too late to beg youOr cancel it, though I know it must beThe killing timeUnwillingly mine

“È la più grande canzone mai scritta. Nessuno ha una canzone come The Killing Moon, nemmeno Bowie”. Il buon Ian McCulloch non è stato mai stato un campione di modestia, né uno che le ha mai mandate a dire. La sua iperbolica arroganza, parte indubbia del fascino del personaggio (gli è valsa il nomignolo di “Mac The Mouth”), rivaleggia con quella di Morrissey e dei fratelli Gallagher messi assieme e va comunque sempre presa con la giusta dose di grano salis, al netto dunque di un’attitudine spavaldamente e sardonicamente tongue in cheek, ovvero scherzosa. Di fronte alla maestosità della canzone in oggetto, tuttavia, verrebbe quasi difficile dargli torto, per una volta – se non è in assoluto la più grande canzone, tra quelle dedicate alla Luna si piazza certamente in alto e, nel novero delle ballate romantiche post-punk anni ’80, è davvero arduo trovarne una di analoga intensità ed evocatività.

Uscita come singolo il 20 gennaio 1984 come antipasto del monumentale Ocean Rain (considerato, benché a posteriori, apice discografico dei suoi autori), è entrata di diritto al primo posto nel canzoniere di Echo & The Bunnymen da Liverpool, formazione della nuova ondata che alla luce della sua strumentalità nell’aver ristrutturato il vocabolario della canzone neo-psichedelica a cavallo tra Settanta e Ottanta avrebbe certo meritato destini diversi da quelli decretati dalle sue tormentate, e ben note, vicende storiche. Tutti, inclusi i diretti interessati, sono più o meno concordi che, se solo avessero voluto, ci sarebbero stati loro al posto degli (o accanto agli) U2 e Simple Minds a dominare gli stadi a metà anni ’80.

Così non fu, sebbene Ian McCulloch incarnasse il miglior ibrido di Jim Morrison e Lou Reed che il nord dell’Inghilterra potesse regalare (poesia e carisma straripavano tanto quanto la sua personalità), Will Sergeant fosse un maestro di minimalismo della sei corde, con nulla in meno rispetto a un The Edge (in confronto al quale era molto più melodico e compositore in senso stretto, senza lesinare in attacco “angolare” ma non sfoggiando la stessa padronanza della tecnologia) o un Adrian Borland (dei molto, molto più sfortunati The Sound… ma questa è un’altra storia) e la sezione ritmica di Les Pattinson e Pete de Freitas fosse non meno che solidissima.

D’altronde, il magnifico trittico di album costituito da Crocodiles (1980), Heaven Up Here (1981) e Porcupine (1983) lasciava presagire ben altri trionfi, e non tonfi; che poi, se anche tonfi veri e propri non furono, quelli di Ocean Rain e del successivo omonimo del 1987 furono solo mezze vittorie, che non tennero fede a cotanta promessa, benché lo status di cult band era ormai assicurato (e consolidato da un successo underground oltreoceano, come capitò pure ai Cure che però seppero capitalizzare, eccome).

Tra abbandoni (vedi alla voce Reverberation, 1990, apocrifo prodotto nientemeno che dal Geoff Emerick di beatlesiana memoria ma realizzato senza il leader, preda dei suoi personali demoni), tragedie (l’incidente di moto che si portò via prematuramente De Freitas nel 1989) e reunion più o meno riuscite e più o meno nostalgiche (il bel singolo Nothing Last Forever del 1997 li ricollocò adeguatamente in area brit-pop), la loro storia arriva tra alti e bassi fino ai nostri giorni (l’ultimo album The Stars, The Ocean And The Moon è del 2018), in cui i liverpooliani si godono lo status, meritato, di vecchie glorie. Senza forse mai aver riconosciuto, a tutt’oggi, il loro effettivo valore.

Resta su tutto, però, quella canzone. In una recente intervista del 2017 per Louder, McCulloch ha ricostruito quanto, nel periodo in cui venne scritta, lui e compagni fossero influenzati da Scott Walker e Forever Changes dei Love; altra influenza dichiarata fu certamente Bowie (la strofa si basa sugli accordi di Space Oddity, al contrario) e delle balalaike sentite durante un viaggio in Russia da Pattinson e Sergeant.

Ma la vera ispirazione per The Killing Moon venne, a quanto pare, da un sogno, al termine del quale Ian si svegliò con in mente il verso “fate up against your will” (“Non è una cosa che capita spesso. Ecco perché sostengo che Dio dovrebbe essere accreditato come co-autore”…). Musicalmente, il brano si basa sulla tonalità principale di Mi minore/Sol, intervallata con sapienza da quella di Si minore (nell’intro e nel break strumentale) e ricorrendo poi, nel ritornello e nella coda, alla sempre efficace e drammatica alternanza di accordo di tonica e quarta minore (I-iv).

Curiosamente, l’impiego massiccio di chitarre acustiche fu dettato, nel singolo come nel disco in cui poi fu incluso, dall’aver ricevuto degli strumenti dalla Washburn, mentre quello degli archi è la continuazione di un esperimento iniziato in Porcupine e proseguito, con effetti inauditi (in forza di un’orchestra di trentasei elementi), in tutto Ocean Rain.

Consapevoli immediatamente del valore della canzone, che venne debuttata nel 1983 sul palco dello Shakespeare Theatre di Stratford Upon Avon (sarà un caso?), i Bunnymen decisero che sarebbe stata la prima ad essere registrata per il loro prossimo, e più ambizioso, album.

A Bath, negli studios del produttore David Lord (già al lavoro anche con XTC, Peter Gabriel e The Icicle Works), qualcosa però non andò per il verso giusto: la tensione in studio raggiunse il culmine quando McCulloch si beccò un raffreddore e non poté incidere la take desiderata; tuttavia, un incidente fortuito contribuì non poco alla riuscita definitiva del brano: alcune note suonate da Sergeant mentre si accordava vennero di nascosto registrate e poi messe in loop da Lord, dando vita all’intro del brano (curiosamente, il proprietario degli studi non ottenne mai un credito né come produttore né come ingegnere del suono; altrettanto curiosamente, in tempi recenti è stato coinvolto in un bizzarro caso di sfruttamento della prostituzione – ma meglio non divagare).

Tornato a Liverpool, McCulloch reincise finalmente la sua voce, stimolato dal rifacimento della batteria di De Freitas, che risuonò tutto usando delle spazzole al posto delle bacchette (fu anche scartata l’idea di un accompagnamento sui tom alla Moe Tucker – dio solo sa cosa ne sarebbe venuto fuori). Infine, così, come era arrivata, inattesa, in sogno, la luna assassina era lì, con ogni cosa al posto giusto: il suo mood oscuro, minaccioso eppure romanticissimo, il ritmo galoppante, gli archi pizzicati, i tintinnii di piano, gli intarsi di chitarre acustiche ed elettriche, il suo lirismo allucinato, mistico e visionario. Più grande canzone mai scritta? Chissà, ma capolavoro e classico senza tempo, sicuramente.

In starlit nights, I saw youSo cruelly, you kissed meYour lips, a magic worldYour sky, all hung with jewelsThe killing moonWill come too soon

Oltre all’arcinoto uso in Donnie Darko, che contribuì non poco alla sua (ri)scoperta postuma a inizio 00s (al netto dei soliti commenti acidi di Mac The Mouth: “l’intero film è stato ispirato da noi… c’è letteralmente un uomo-coniglio, diamine! Avrebbero dovuto darci di più, lo spacciarono come un piccolo film indipendente ma c’era dietro Drew Barrymore, che ha più soldi di Howard Hughes!”), funzionale alla sua mitologizzazione fu in primo luogo lo splendido video girato dal veterano Brian Griffin, già artefice delle meravigliose copertine degli album (e autore di clip per Depeche Mode, Elvis Costello e altri).

Il vento che soffia tra brandelli di vele, il riflesso della falce di luna nell’acqua, il primo piano intenso e sensuale di McCulloch, una lampada che oscilla, il ponte innevato di una nave, un candelabro rovesciato, un’oscura figura incappucciata… il filmato fluttua, onirico e minimale, tra immagini suggestive e simboliche a rievocare la lotta tra libero arbitrio e destino ineluttabile  (“Fate, up against your will / Through the thick and thin / He will wait until / You give yourself to him”), in un mood psichedelico e notturno che rievoca il filmato di Strawberry Fields Forever e lo immerge in un immaginario gotico.

Oltre a quello che si potrebbe considerare al contempo un tributo e un sequel (l’altrettanto meravigliosa Under The Milky Way degli altrettanto meravigliosi Church, 1988), tra le varie versioni cover a noi piace ricordare quella, devotissima, registrata dai Pavement per una session radiofonica del 1997, con uno Stephen Malkmus che inserisce altresì citazioni di The Yo-Yo Man e  Thorn Of Crowns a sancire l’influenza sul suo immaginario di tutto Ocean Rain. Ovvero, the greatest album ever made. Parola di Ian McCulloch.

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