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7.4

E L U C I D, all’anagrafe Chaz Hall, continua, con turbolente paratassi, sghembe e libere associazioni semantiche e violente sinestesie, a raccontare i legami invisibili che tengono insieme surrealismo, hip hop, capitalismo, memoria e alterità. In questo I Guess U Had To Be There, che lo rivede da solista dopo il convincente Revelator (2024), affronta gli interstizi morali e geografici di una New York in cui passato, presente e futuro si condensano così fittamente che ogni confine diventa quasi impossibile da tracciare, e dove quindi l’io narrante si perde, si sgretola, si giudica, per poi risollevarsi e ricostruirsi in una fantasmatica e post-moderna risalita personale.

Il partner in crime, insolitamente per un progetto solista di Hall, è solo uno e non una moltitudine di folletti: Sebb Bash, producer e DJ cinquantaduenne nato a Losanna in Svizzera, ma attivo da tempo nella scena underground statunitense (Breeze Brewin, Rome Streetz, Armand Hammer e altri, le collaborazioni del veterano), definito da nientemeno che The Alchemist come “il miglior producer che conosca”, e introdotto al mondo di Backwoodz (l’etichetta fondata da Billy Woods nel 2002, di cui fa parte anche E L U C I D) proprio dal maghetto del minimalismo hip hop.

Che ne viene fuori? Che E L U C I D riesce a trascendere l’escapismo di Revelator, anti-psichedelico nei messaggi e spettrale nelle forme, per tornare a un inchiostro più carnale e tangibile, dal gusto, se vogliamo, più radicato nell’undeground. Bash, dal canto suo, impasta un sensazionale blob strumentale di minimalismo post-industrial, lo-fi drogatello e boom bap (o meglio, il suo spettro), cacofonico e destrutturato al massimo, costruendo una sorta di retrofuturismo dai sussurri quasi hauntologici per il modo con cui richiama un passato mai realmente esistito e immagina un futuro solo lontanamente possibile. Pazzesca e sublime, stralunata, la manovra con cui i due si staccano dalla storia per creare uno spazio altro, di “astrazione militante”. Non è un caso che lo stesso Hall, parlando di influenze e modelli per l’album, abbia citato Amiri Baraka per la letteratura, Charles Burnett per il cinema, Jack Whitten e Torkwase Dyson per le arti visive, tutti parte di una genealogia formata da chi tenta di ri-costruire il black power con uno spazio artistico multimediale e dal costante sperimentalismo espressivo.

I Guess U Had To Be There è al solito iper-condensato e fondato su fittissimi flussi di coscienza che, proprio come una mente frammentata e in sovraccarico, accostano vignette quotidiane, dolore fisico, sfoghi emotivi e ritrovata serenità, senza mai abbandonare immagini noir, richiami distopici e taglienti spadate a feticismi, propaganda e corruzione morale. Passa per momenti di affannosi montaggi di sensazioni come Cantata, che con il suo ipnotico gioco di sample e taglia e cuci, riesce a essere tenera e violenta, esistenziale e cavernosa. Colpisce il continuo e condensato spostarsi da piccole frustrazioni domestiche (“Let that baby suck your titty and leave me the fuck alone”) a rivelazioni universali (“Everybody look to the sky, unzip, crack exposed”), da scene quotidiane (“Flat tire on a stolen City Bike in the hottest week on Earth”) a immagini grottesche (“I made my first mill in human hair”), fino a macchie di vertiginoso spleen (“Cut my beard to feel my face, fears to burn away / I feel niggas, then I don’t”). Si muove poi con Equiano, che già dal titolo riprende i demoni della schiavitù, e con la forma non fa altro che confermare la dimensione rituale del pezzo; assistito dallo sciamano jazz per eccellenza Shabaka, Hall è nella sua versione più fugace e ritrovata, e assieme al lo-fi trasognante di Bash, decanta una convinta rinascita spirituale: “Tessellating in your touch, I’m still me if there’s no us”.

Tuttavia è un album che sa essere anche più spettrale e mortifero, come la linea di basso che comanda a bacchetta First Light, intro semi-spoken del disco che segue la affannosa di Elucid alla ricerca del suo “farmer time” in mezzo al delirio di un’America iper-tecnologica. Sa essere post-apocalittico (Coonspeak) o veggente (Make Me Wise), virando verso un certo tipo di spacconerie anni ’90, re-interpretate comunque in una struttura indissolubilmente e inevitabilmente accartocciata in sè stessa (vedi Hands N Feet con un poco estroso Estee Nack, o la più allucinata Fainting Goats, che presenta invece un ottimo Breeze Erwin, metà del duo Juggaknots). Il miglior inchiostro di questo diario di illuminata onniscenza e sporchissima bellezza, converge tuttavia nella funerea I Say Self, affievolita preghiera a sè stessi, nella carnale catarsi di Parental Advisory, dove violenza domestica e corruzione morale vengono raccontati dagli occhi spaventati di un bambino recluso in sè stesso (dolorosissimo il passaggio dove l’ultima scelta rimasta sia con quale cintura preferisce essere picchiato l’io narrante), o in The Lorax, che si aggiunge a una lunghissima lista di vincenti collaborazioni tra E L U C I D e Billy Woods, questa volta nel segno di deforestazione e logica del profitto. E se fosse questa, la miglior coppia di penne della storia dell’hip hop?

Tra bassi pizzicati, de-costruzioni ritmiche, sample, suoni meccanici e fatiscenti loop post-moderni, l’alt rap di questi due ormai veterani della scena è il collage anarchico e affezionato di avanguardisti che, insieme, inseguono due esiti diversi e contrapposti: catarsi e  confusione. Il primo, per esorcizzarsi e ritrovarsi. Il secondo per sollecitare, quasi imporre, l’attenzione dell’ascoltatore, che ha spesso tra le mani un artefatto di cui non comprende fino in fondo il significato, ma dal quale fatica a staccarsi.

Più diretto e “terra terra” rispetto a Revelator e più personale rispetto a Mercy e We Buy Diabetic Test Srips (gli ultimi due LP assieme a Woods sotto Armand Hammer), E L U C I D sente il tempo che scorre, i dolori fisici, le inquietudini dietro l’angolo, le infinite sensazioni che avvolgono la città. Ma è proprio l’arte, intesa come spazio di espressività e definizione culturale, a dare una direzione a queste sensazioni e, in un certo senso, a ostracizzare il male, offrendo una consolazione al delirio di questo mondaccio di bombe, sogni di plastica, camere d’eco e fitta nebbia.

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