Recensioni

Accompagnato dai fidi Indications, Durand Jones vanta una discografia comprendente quattro album – di cui uno live – ed una solida reputazione tra gli appassionati di soul e R&B contemporaneo. In occasione della realizzazione questo nuovo Wait Til I Get Over però, il cantante soul statunitense non si è avvalso della collaborazione dei suoi storici compagni d’avventura, ed in particolare della coppia di coautori e cantanti Aaron Frazer e Blake Rhein, per tentare invece un percorso artistico da solista. Il risultato è l’album più personale da lui finora realizzato.
Quello che distingue lo stile di Durand da quello dei tanti artisti che negli ultimi anni hanno contribuito alla rinascita del genere è la capacità di usare tutti i registri messi da esso a disposizione andando, se possibile, ancora più in profondità. Grazie a questa sua predisposizione ed innata sensibilità, il cantante riesce a toccare corde irraggiungibili per altri. Questa capacità di unire passione ad introspezione, acutezza di osservazione ed innata empatia, autenticità e raffinata arte di affabulazione, crudezza e tenerezza, fanno di questa raccolta di dodici canzoni uno delle più interessanti uscite discografiche di questa prima metà di annata musicale, a prescindere dal genere di provenienza.
Ancora una volta, il background dell’artista, nato e cresciuto nel profondo sud degli U.S.A., e più precisamente in Louisiana, gioca un ruolo fondamentale. È qui che vengono ambientate le sue storie, tra sistematico razzismo e pregiudizi atavici di cui è vittima la comunità afroamericana e le tribolazioni che la classe operaia ed i meno abbienti devono affrontare quotidianamente. Parlano chiaro i quadretti di vita trattegiati nelle liriche di canzoni quali Lord Have Mercy On Me (“Oh, my Mama couldn’t tell me ‘bout the feeling I feel/At nine forty nine on a Sunday mornin’ still/Gran’s all dressed up and she’s headed to church/But I’m in bed tired from last night’s work”) o See It Through (“And I’m speaking to everyone across the nation/That’s going through some tribulations/You gotta groove/And the world/Will see you through”).
Dal terreno fertile della tradizione gospel arriva il rapimento estatico della title track; un mezzo espressivo questo che risulta anche ideale per veicolare un bisogno di riscatto che viene pure espresso nella appassionata Someday We’ll Be Free. Risplendente di un evoluzione melodica degna del miglior Stevie Wonder a cui si contrappone una abrasiva parte centrale sostenuta da una ritmica presa in prestito dall hip hop sulla quale l’ospite Skypp Sam sciorina, in veste di rapper, le sue rime piene di rabbia e desiderio di rivalsa. Nel tentativo di esprimere il desiderio di “poter sognare più in grande”, come lo stesso Jones ha spiegato.
Non possono mancare, come è tipico del genere soul, le canzoni in cui si tematizzano gli amori più travagliati. L’iniziale, nostalgica Gerri Marie e la più caustica Sadie sono pensate in questo senso, sia musicalmente che dal punto di vista dei testi. Del tutto inaspettata risulta invece la dedica che nel brano That Feeling il cantante fa ad un amante di sesso maschile. Come si è già accennato, Durand si muove da sempre leggermente al di fuori dei clichè ma in questo caso si può parlare di un esempio senza precendenti nel genere, se non di vera e propria rottura di un tabù. A prescindere da questo, la canzone si impone per la passionale e straripante interpretazione vocale e per un arrangiamento che non è da meno in quanto ad intensità emotiva.
Una certa estetica vintage ed un sound che rimandi ai classici del genere è uno dei prerequisiti per la buona riuscita di operazioni di questo genere, in questo caso è da notare però la mano pesante con la quale l’intero album è stato prodotto, masterizzato e dato alle stampe. La dirrompente voce di Jones è sicuramente una bestia difficile da tenere a bada ma non c`è passaggio in tutto l’album che non suoni leggermente distorta e registrata ai limiti, “in the red” come si suol dire. Cosi come l’intero background stumentale, tutt’altro che trasparente e ricco di dinamica. Unica nota dolente di un album che, dopo aver suscitato una prima favorevolissima impressione, riesce a crescere nel tempo anche dopo ripetuti ascolti.
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