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7.5

Una linea di basso, una rullata morbidissima, un’ondata di synth: alle volte basta poco per presentare un brano che rimarrà nella storia, quantomeno personale, di un pubblico totalmente devoto alla riscoperta di un sentimento che troppo a lungo è rimasto sopito. La passione, rinnovata, riscoperta, o più banalmente autentica, per il mondo della soul music sembra aver trovato, da qualche tempo a questa parte, linfa vitale in una scena ben strutturata. Come dimostra ciò che hanno messo in piedi Durand Jones & The Indications, nel loro ultimo lavoro: una ricerca stimolante e per niente scontata di un suono rétro-soul che decide di perdersi anche in altre strade, disegnare nuovi solchi, e produrre insolite risacche di catartica e moderna nostalgia.

Rispetto al precedente American Love Call uscito nel 2019, Private Space apre le porte a una gamma più ampia di suoni, lanciando audacemente la band verso un mondo fatto di synth modern soul e ritmi disco punteggiati da morbidi chitarroni e bassi disperatamente stomp. Creativamente esplosivo, il disco si diletta nell’evidenziare una resilienza collettiva – quella di una band, di una società, di un mondo post (e durante) pandemia – così come il fatto che il potere di una buona canzone possa essere una luce nell’oscurità: con la sua organicità senza tempo, con una freschezza familiare, Private Space diviene una finestra attraverso cui evadere, mentre il mondo sembra lentamente riprendersi dal caos dell’anno passato; e sì, pare arrivare proprio al momento giusto. Le influenze più classiche (dagli Isley Brothers, ai Temptations passando per gli Earth, Wind & Fire) si uniscono a un modernissimo disco-funk uptempo che rigenera quel Philly Soul, troppo spesso dimenticato o malamente reinterpretato con scarsa dovizia di approfondimento.

Private Space è una meditazione su ciò che ci porta attraverso l’isolamento e la perdita: comunità, amore e amicizia. E si appoggia alla speranza, fondendosi attorno all’idea che la gioia possa renderci liberi, come canta Jones nella splendida Love Will Work It Out, zenit del disco: «Tutte le persone che ho perso mi hanno fatto cadere in ginocchio / tutto quello che potevo fare era piangere e gridare / sapevo che dovevo fidarmi della fede che l’amore avrebbe funzionato». E sì, funziona tutto in questo disco che è una fantasia ardita e al tempo stesso una nostalgia sospesa: se Witchoo, è un gioco vibrante che offre il groove sicuro – in mezzo a synth, bassi rapidi, violini e il falsetto chirurgico dell’ormai lanciatissimo Aaron Fraser – ed eccentrico per ambire a diventare la disco ballad ante litteram, la grinta stordita di Sexy Thang si lascia ammorbidire dagli accordi strimpellati un po’ in stile West Coast, un po’ funky r’n’b di casa Steve Lacy. E poi ci sono dentro i fantasmi danzanti di Teddy DeReese Pendergrasse, Al Green, Raphael Saadiq e Idris Muhammad, come dimostrano lo svolazzo amoroso di Sea of Love, Reach Out e Ride or Die.

Love Will Work It Out racconta le perdite della pandemia e le ingiustizie sociali che il brutale omicidio di George Floyd ha riportato alla luce. Convinti che, anche in mezzo alla lotta, sarà la gioia a renderci liberi. Un dardo di potenza, ottimismo e capacità di immaginare il futuro che per certi versi si pone come l’antitesi contemporanea del Marvin Gaye di What’s Going On (mentre quello di I Want You fa capolino nello stordimento splendente della title track): un assolo di vibrafono, la narrazione dei linciaggi dei nostri giorni, tutto sembra contribuire alla creazione di un instant classic della scena nu-soul americana. Il titolo del disco prende in prestito una canzone scritta prima della pandemia, e ovviamente assume un nuovo significato sullo sfondo dell’isolamento venutosi a creare. I concetti di privacy e spazio privato ​​sono cambiati per molti, assumendo significati di sicurezza e gabbia al tempo stesso, trasformando quella stessa privacy che abbiamo a lungo cercato in agonizzante isolamento. E il brano, Private Space, che guarda a un passato sostanzialmente recentissimo, parla proprio del trovarsi in una stanza piena di gente mentre si desidera stare da soli con qualcuno e avere un po’ di privacy.

La musica di Jones e soci pare vivere nei momenti più iconici del passato, del presente e del futuro. Evoca ricordi, ispira cambiamenti. Durand Jones & the Indications hanno lavorato per creare musica che toccasse tutti questi strati, ripescando intelligentemente non solo la polvere del passato, ma anche il sudore e le lacrime che da sempre contraddistinguono la soul music. Giocare con elementi standardizzati quali voci vellutate, groove uptempo e ispirazioni rétro, non preclude la possibilità di portare avanti un genere con gli stessi strumenti di un tempo, ma indirizzandolo su canali diversi. Cattura l’essenza, la bellezza della normalità: Private Space lo fa con dieci brani che incarnano tutta la contemporaneità di una società che sta ricalcolando il valore della propria intimità, di quello spazio privato che nel caso specifico di Jones e soci ormai fa pensare soprattutto a una cosa: ah, quell’eterna immacolata, solidissima linea di basso.

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