Recensioni

6.8

A quarant’anni dalla loro prima hit e dall’omonimo album di debutto, i Duran Duran sono ancora una volta tra noi. La pausa è stata piuttosto lunga – sei anni fa usciva il predecessore Paper Gods – e gran parte del lavoro è nata poco prima che il Covid19 travolgesse le nostre vite, eppure il tempismo con cui la band capitanata da Simon Le Bon consegna questo nuovo Future Past (con tanto di artwork firmato Daisuke Yokota) non poteva essere più azzeccato: che c’è di meglio, infatti, di un ritornello ben congegnato e una sezione ritmica che ci fa battere il piede anche se non vogliamo per allontanarsi con passo spedito dall’orlo del precipizio?

A ragion veduta ci si approccia con cautela a un disco come questo, perché in fondo non sempre le promesse di alta sartoria pop sono state mantenute negli anni – dopo un Wedding Album che ha certificato uno stato di grazia è arrivato un controverso disco di cover, Thank You; a seguito della divertente nostalgia di Astronaut sono arrivati Timbaland e Justin Timberlake a dirigere un Red Carpet Massacre che ha mostrato un gruppo non a proprio agio nel rincorrere, con un certo affanno, il suono del momento. Di buono c’è che si impara dagli errori, e se in passato troppi cuochi hanno guastato la cucina stavolta i featuring presenti e le collaborazioni con artisti che hanno contribuito anche alla stesura dei nuovi pezzi riescono a essere un valore aggiunto, iniettando linfa creativa senza per forza portare i nostri fuori strada. Non era scontato, ma Future Past è un disco dei Duran Duran che suona dannatamente Duran Duran in tutto e per tutto – nelle corde vocali di Simon, nel basso di John Taylor, nella batteria di Roger e negli strati di synth di Nick Rhodes.

Merito anche di Mark Ronson, che già abbiamo ascoltato all’opera con i nostri in All You Need Is Now e che qui mette le mani nella quasi cinematografica Wing, e di Graham Coxon, vera colonna portante e presenza vigile dell’intero progetto, co-firmatario di molte delle canzoni presenti. Buona è stata l’idea di affidarsi a Erol Alkan, dj e produttore con un buon pedigree (Late of the Pier, Mystery Jets, Ride, ma anche dietro la duraniana The Man dei Killers). Palpabile l’emozione nel leggere per la prima volta il nome di Giorgio Moroder accostato a quello della band di Birmingham – lui, che dopo le iconiche produzioni per Donna Summer aveva portato gli Sparks nelle piste da ballo ed era entrato in studio con Limahl, Philip Oakey e i Berlin ma non con loro. Il risultato è stato una doppietta di divertissement passatisti a carte scoperte: Tonight United può disorientare ai primi ascolti per via del doppio ritornello, mentre la più lineare Beautiful Lies rimanda direttamente a quella Love Kills che proprio Moroder scrisse e produsse con Freddie Mercury per la colonna sonora di Metropolis nel 1984. Buono il connubio con la svedese Tove Lo in Give It All Up, con un Nick Rhodes indaffarato in riff e abbellimenti tastieristici in chiaro odore di Rio.

Lascia invece interdetti l’inserto rap della Internet personality Ivorian Doll in una già piuttosto debole Hammerhead. Spassosa e niente più la presenza della band giapponese CHAI in More Joy!, quasi una Planet Earth atterrata con la macchina del tempo otto lustri dopo con tanto di tastierine da videogame (il botta e risposta nel ritornello è imparentato con Soundtrack to a Generation, non uno dei momenti più ispirati degli Human League). Il colpo da maestro è stato però chiamare Mike Garson al pianoforte nella conclusiva Falling: i virtuosismi dell’artista americano, inconfondibilmente avant-garde in Aladdin Sane di David Bowie, rivivono in un brano d’atmosfera che condivide il ritmo con Too Late Marlene, una delle perle nascoste (ai più) nel loro repertorio dei tardi Eighties. E a proposito di citazioni e autocitazioni, in Future Past ci si può sicuramente sbizzarrire: il doo do doo di Hungry Like The Wolf trova un nuovo spazio nel singolo Anniversary, New Moon on Monday si cela irriverente nel riff della già citata Beautiful Lies, l’evocativa Nothing Less riporta ai tempi di Big Thing.

Il funky irresistibile di All Of You non può che ricordare il Nile Rodgers di Notorious, con un tocco quasi alla Fripp nella chitarra che giunge subito dopo il ritornello. Più passato che futuro, si potrebbe obiettare: eppure un solo brano della tracklist, la title-track, suona fuori tempo massimo col suo andamento tronfio da power ballad cotonata tutta tastiere e riverberi (il territorio è quello di brani come di The Power of Love di Jennifer Rush o di China in Your Hand dei T’Pau). Il resto del materiale si distingue per un maggiore equilibrio, e per una scrittura pop di qualità pronta a dare il proprio meglio nella dimensione live senza sfigurare con i classici di repertorio. Non è da tutti festeggiare un anniversario con un disco nuovo di buona fattura (per i box celebrativi e greatest hits tour ci sarà sempre tempo); nel caso dei Duran Duran, la ricorrenza coincide con l’uscita del lavoro più solido e convincente da diversi anni a questa parte.

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