The Sound of the Future. Intervista a Giorgio Moroder

Esattamente quarant’anni fa usciva I Feel Love, singolo pubblicato nel 1977 da Giorgio Moroder contenuto nell’album I Remember Yesterday che ha segnato un punto di non ritorno non solo nell’ambiente della musica dance ma anche all’interno della popular music e della musica elettronica tutta. Con il suo groove meccanico, la melodia sintetica e la voce sensuale e androide di Donna Summer quel brano spalancò le porte ad un futuro che non era stato ancora scritto ed è dalla sua concezione che ci è sembrato innanzitutto doveroso ritornare per dare il via ad una appassionata chiacchierata/tavola rotonda che rivela immediatamente quanto di genuino e umile c’è dietro ad un uomo che non era consapevole, allora, di aver acceso il motore ad una vera e propria rivoluzione.

«Mi vergognavo di far ascoltare alla gente tracce come Love To Love You Baby (1975, dall’album omonimo)», sbotta Moroder, che all’interno degli spazi delle OGR di Torino si esibirà da lì a qualche ora. «Me ne vergognavo, eppure era proprio quello il sound of the future». 

Ad accorgersi per primi della potenza della missiva sonica recapitata dal produttore di Ortisei furono David Bowie e Brian Eno, all’epoca dislocati a Berlino per le registrazioni della famosa trilogia. «Eno e Bowie stavano cercando qualcosa di nuovo, un suono del futuro – racconta un Moroder, settantasettenne ed in splendida forma – Così, dopo aver ascoltato I Feel Love, il primo si rivolse al secondo dicendogli di fermarsi un attimo perché ciò che stavano cercando l’avevo trovato proprio io». Qualche anno più tardi, il Nostro firmerà la produzione del singolo del Duca Bianco Cat People (Putting Out Fire) incluso nell’album Let’s Dance e in seguito utilizzato da Quentin Tarantino all’interno del cult Bastardi Senza Gloria.

Una carriera, quella del compositore, dj e produttore di Ortisei, costellata di successi – tre Oscar e un Grammy Awards – rilanciata nel 2013 grazie alla collaborazione con i Daft Punk, e che lo scorso sabato, 30 settembre, lo ha visto inaugurare gli spazi riqualificati delle Officine Grandi Riparazioni, nuovo hub creativo torinese, con un live in esclusiva italiana (e in prima europea) accompagnato da un’orchestra di 35 elementi: «Ho già ascoltato questa orchestra suonare i miei brani ad un concerto a Sidney e mi è piaciuto molto – afferma prima dell’esibizione – adesso voglio capire se funziona anche tra il pubblico, davanti a tanta gente. Non escludo possa venir incisa in futuro ma al momento non è nei nostri piani».

Moroder, che ha trascorso gran parte della sua gioventù chiuso in uno studio di registrazione, da un paio di anni si è lanciato in una nuova (!) attività come dj. Niente male per un settantasettenne che non è mai stato, per sua stessa ammissione, un bravo ballerino.

«E’ più brava mia moglie – scherza – Quando ero a Monaco andavo in discoteca soltanto per ascoltare quali pezzi funzionavano in pista. Il feedback era fondamentale: se non ballavano, vuol dire che non apprezzavano la musica. Più spesso passavo i dischi (o i miei nastri) a un amico dj e lui mi raccontava come erano andati in pista. Oggi il mondo delle discoteche è completamente cambiato. Non si tratta più soltanto di un dj che mixa e propone tracce ma è un luogo di intrattenimento che unisce musica, visual e giochi di luce. Con la tecnologia, è migliorata anche la capacità tecnica, e non solo compositiva, di chi suona, basti vedere personaggi come David Guetta o Tiesto, per artisti come loro fare il dj è diventato un vero e proprio lavoro».

Dopo una vita intera dedicata alla musica, dalla chiacchierata comprendiamo quanto Giorgio Moroder non sia né un collezionista di dischi underground né uno attento alle nuove tendenze del sottobosco, gli interessa ancora il mainstream però. «Quando torno dallo studio – racconta – non mi piace ascoltare nulla. Non ho neanche un impianto stereo a casa mia casa negli States. I miei ascolti si fermano a ciò che passano sulle frequenze di Kiss Fm, o al pop che funziona alla radio come i pezzi di un Justin Bieber o Despacito. Per il resto, il mio primo hobby preferito è la lettura dei quotidiani. La mattina, al risveglio, ne leggo svariati in italiano, inglese, tedesco e francese dal New York Times al Corriere della Sera passando per Politico. Da fuori, vedo una situazione politica in Italia più distesa rispetto al periodo Berlusconi, mentre in America non so come si evolverà. Trump is Trump».

E se Moroder ascolta prevalentemente la radio, le sue frequenze difficilmente si sintonizzano su nuova musica italiana né tantomeno su produzioni eminentemente elettroniche: «All’estero vedo funzionare i cantanti mainstream del nostro paese, Zucchero su tutti. Mentre, in ambito elettronico, continuo a seguire l’attività dei Daft Punk e stop». Gli chiediamo anche di Liberato, il misterioso producer nostrano che qualche mese fa, sul suo profilo Instagram, aveva pubblicato un video in cui appariva lo stesso produttore di Ortisei che, in tono scherzoso, ammetteva di essere l’autore di brani come 9 maggio o Tu t’e scurdat’ ‘e me: «E’ stato uno scherzo montato ad arte da un amico. Mi aveva chiesto di girare un breve video in cui rivelavo di essere Liberato. Mi ha fregato: non sapevo lo pubblicasse sui social. In realtà non ho mai ascoltato nessuna delle sue tracce». 

Tornando al passato, il pensiero ritorna a Donna Summer, trasformata – come dice lui – «da cantante a donna immagine», e sulla differenza fondamentale di essere una popstar ora rispetto ad allora. «Sono lontani quei tempi in cui bastava saper cantare per essere una star. Adesso alle donne, per sfondare nel pop e nel mainstream, non sono richieste soltanto capacità di performance vocale ma anche velleità di recitazione e ballo. In questo non biasimo i talent show, sono un’ottima occasione per mettersi in mostra in un momento in cui tutti fanno musica ed è difficile emergere e farsi finanziare. Anche se il problema di questi show è che c’è solo un vincitore. Gli altri restano a guardare».

Nel suo ultimo album, Déja vu, pubblicato nel 2015 (recensione sulle nostre pagine di Gabriele Marino) il Nostro ha collaborato con un paio di generazioni di famose popstar alcune sulla cresta dell’onda come Sia e Charli XCX e altre sempreverdi come Kylie Minogue, Britney Spears e Kelis, ma il musicista di Ortisei punta sempre alla vetta e tra i sogni nel cassetto, in quanto a collaborazioni, ci sono i nomi di Lady Gaga, Rihanna e Beyoncé. Con quest’ultima, in particolare, qualcosa sarebbe dovuto accadere ma per qualche ragione non è accaduto:«Con lei ci sono andato vicino in occasione della colonna sonora per le Olimpiadi di Pechino 2008 poi tutto è saltato».

Al momento, l’autore di I Feel Love è al lavoro sulla colonna sonora della terza stagione della serie tv crime-thriller Queen of the South che considera «simile a Scarface», film citato non a caso dato che l’iconica pellicola del 1983, firmata da Brian De Palma, si fregiava proprio della sua colonna sonora. Tra le altre soundtrack curate da Moroder doveroso chiosare con Fuga di Mezzanotte che nel 1979 gli valse un Oscar per la migliore colonna sonora: «E’ il premio, tra i tre che ho, di cui sono più orgoglioso».

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