Recensioni

Ci dev’essere un oscuro magnetismo che si cela nell’animo di ogni virtuoso, e che lo porta inevitabilmente, giunto a un certo punto della propria carriera musicale, a flirtare con il mondo delle cosiddette “sonorizzazioni”. Né più né meno, è un termine utilizzato ormai all’uopo della meno “hip” e fighetta “colonna sonora”, e ripescato coattamente dagli anni ‘60-’70, periodo in cui, specie nel nostro Paese, la “sonorizzazione” era una pratica che comprendeva la composizione di blocchi sonori e piccoli movimenti che accompagnassero le immagini dei programmi di divulgazione scientifica, i documentari o, più banalmente, i servizi del telegiornale; una pratica di cui i capiscuola erano i vari Morricone, Alessandroni (il fischio più famoso del west), Egisto Macchi, Piero Umiliani ed altri che si erano uniti alla folta schiera di compositori al soldo della RAI e che avevano fondato in quel periodo il Gruppo d’Improvvisazione Nuova Consonanza, una sorta di nazionale di all-star dei virtuosi che, come la Storia poi ci ha insegnato, si sarebbero repentinamente mossi verso le colonne sonore per il grande schermo.
Non a caso, tutto questo filone è stato da poco rivalutato in maniera massiccia, tanto da portare varie etichette a ristampare gran parte del catalogo di allora, a ripescare alcuni frammenti perduti di quel paleolitico sonoro – e con esso, appunto, ecco rivalutato e rispolverato anche il termine: “sonorizzazione”; oggi la parola ha assunto un significato ambivalente, ovvero torna buona anche quando si tratta di dover “commentare” con la musica delle immagini in maniera piuttosto fedele e pedissequa. E in questo ammaliante territorio di sfida cadono anche gli svedesi Dungen, considerati da molti tra i padri della neo-psichedelia degli anni Zero (più e più volte nominati dagli stessi Tame Impala come fonte d’ispirazione) e caldi di un tour che ha toccato praticamente tutti gli angoli del globo terrestre, a supporto dell’ottimo Allas Sak, uscito giusto un paio di primavere fa. Anch’essi però accomunati dallo stesso destino di quei suggestivi e fantasiosi accompagnamenti sonori: non fecero prigionieri, più di dieci anni fa, con l’acclamatissimo Ta Det Lugnt; poi, la loro fiammella si è un po’ spenta, si è fatta fioca, e i Nostri sono rimasti ai margini, diciamo nella periferia di quello che era “hip” e di tendenza, con il loro sound evidentemente considerato un po’ troppo rétro, in favore dei nuovi, sfavillanti campioncini dell’indie elettronico, del punk elettronico, del folk elettronico e di tutto quello che fosse “qualcosa-elettronico”. Loro che, di elettronico, al massimo avevano un synth (o forse nemmeno quello). Poi, appunto, il ritorno alla terra promessa, la riscoperta della psichedelia e il resto, come si suol dire, è Storia.
I Pink Floyd (sotto la forma e le parole di Richard Wright, il mai troppo compianto stregone delle tastiere e della quadrifonia) ammisero in un’intervista del periodo Ummagumma che la loro più sincera vocazione e aspirazione come musicisti era quella di dedicarsi quasi esclusivamente alle colonne sonore dei film; i Dungen, che nella mia testa sono strettamente connessi ai Floyd da un ipotetico fil rouge che attraversa i decenni, non potevano essere da meno, e così mettono il loro sound fortemente cinematografico e immaginifico oltre ogni aspettativa, al servizio di una delle pellicole più ancestrali di cui si abbia memoria: Le Avventure del Principe Achmed di Lotte Reineger, 1926. Il film è uno degli esemplari più antichi (se non il più antico) di animazione della storia del cinema, ed è considerato come l’opera magna della Reineger, fine artigiana e inventrice di una tecnica che prevede l’utilizzo di silouhette semi-moventi di carta e cartoncino; per realizzare questa storia, tratta liberamente dalle Le mille e una notte, la regista tedesca ha impiegato circa tre anni, con un lavoro di certosina meticolosità.
I quattro svedesi ci hanno ovviamente messo meno a coprire con il loro sound tutta l’ora e mezzo scarsa del film, ma di certo non sono stati meno meticolosi. Il disco che ne deriva, Häxan (la strega, in lingua madre), è un viaggio lisergico totalmente strumentale che oscilla tra i territori già ampiamente battuti dai Nostri: psichedelia appunto, con una mentalità “progressiva”, sprazzi di folk e un tocco, a livello strumentale, vagamente “jazzy”. Ma c’è di più, tra i solchi di Häxan: il suono qui si fa anche più oscuro, a volte, discostandosi leggermente dalle atmosfere distese e solari, e dal beat eliocentrico che i Nostri ci hanno abituato ad assorbire nelle loro prove discografiche precedenti. Ci sono la micro-jam selvaggia di Wak-Wak’s Portar, o il conclusivo maelstrom stoner-acido di Andarnas Krig, a commentare le avventure e le peripezie del principe Achmed, in cerca della sua principessa. Uno degli episodi più avvincenti è la fuga di Achmed nella foresta in groppa al suo magico cavallo alato, “raccontata” da ipnotici moog che fungono da narratori, dal waltz galoppante di Jakten genom skogen (“fuga nel bosco”, appunto), mentre il tema portante di Häxan (che ritroviamo a più riprese nel disco, tipo in Achmed Flyger), caratterizzato dal solenne incedere di un organo, potrebbe benissimo essere uscito da un A Saucerful of Secret, o da uno dei numerosi trip sonori che i Popol Vuh mettevano a servizio del maestro Herzog. Sempre rimanendo in tema di colonne sonore, ci sono echi e vibrazioni Goblin-eschi, ma anche richiami, appunto, ai Pink Floyd cinematografici ed esoterici di More, o ancor di più di Obscured by Clouds.
Non una sola parola, tra questo Haxan e l’antica opera cinematografica che l’ha ispirato; eppure, anche solo posando la puntina sul disco, dalla prima all’ultima nota ci pare di scorgere la silouhette sagomata di Achmed muoversi con grazia tra fondali ora lillà, ora rossastri, ora plumbei, e tra cieli stellati. I Dungen, quindi, giunti all’ottavo album si riconfermano con stile, guidandoci in un viaggio ammaliante, ricco di sfumature e profondamente ispirato.
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