Recensioni

Gustav Ejstes, polistrumentista e figlio ribelle di una famiglia di musicisti classici, è all’attivo da quattro anni oramai. Nel 2001 esordiva con un album omonimo al quale ha fatto seguito Stadsvandringar (2002), prodotto tramite un’etichetta personale, la Subliminal Sounds, sotto l’egida dell’amico Stefan Kéry. Con Ta Det Lugnt, la one man band dello svedese che canta nella lingua madre il linguaggio del rock, è finalmente in grado di segnare il colpaccio.
Un album folgorante fin dall’iniziale e garagista Panda (lungo chorus spaccacuore, batteria rimbombante, organetti crepitanti, chitarre cosmiche in jamming acido), dove non mancano il power folk (Festival) e il jazz (quello spacey di Lejonet & Kulan e quello un po’ Canterbury di Ta Det Lugnt), l’acid rock dalle volute vertiginose à la Amon Duul II (Om Du Vore En Vakthund, Bortglömd) e quello più caciarone che vuol anche dire Hard Rock (Ta Det Lugnt). Infine, in tanta prog attitude c’è, e non poteva non esserci, un tour de force a base di barocchismi e agganci alla tradizione svedese chiamato Du E För Fin För Mig, un pentolone per spezie Lennon “I Am the Warlus”, melodie per saghe nordiche e bolgie chitarristiche rockadeliche anni ’70.
Di Dungen colpisce soprattutto l’alchimia tra scrittura sciolta (al limite dell’ingenuità) e surreali aperture folk come acid-rock, una linguaggio che si avvale di una stratosferica produzione, dinamica e magmatica …proprio come se i settanta tutti pelle e parrucconi si riavvolgessero nei sessanta dei cugini hippie illuminati (con gli Hell’s Angels ancora fuori dalla porta).
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