Recensioni

L’estate calda del pop si prepara ad incoronare nuove regine dagli infiniti passaggi radiofonici, infiniti stream, infiniti dischi d’oro e platino. Dalle macerie del terremoto Taylor Swift – che si porta a casa il record di un miliardo di stream nella prima settimana di uscita del nuovo disco The Tortured Poets Department – solo Dua Lipa poteva risorgere.
Uscito dopo una lunghissima campagna promozionale costellata da avvistamenti, indiscrezioni e fuorvianti indizi sul suo contenuto, Radical Optimism arriva sulle piattaforme di streaming con altissime aspettative. Nei suoi 36 minuti non è cosa dice la popstar a dover conquistare ma come lo dice e soprattutto con che abiti (sonori). Appuntamenti andati a male, auguri di serena vita all’ex (che nel frattempo sta con una modella), la fine di un’era (in verità di una relazione) e altre storie leggere fanno da contorno a ciò che un rinnovato team avrebbe da offrire in termini d’incastri armonico-melodici (Caroline Ailin, Tobias Jesso Jr.) e di produzione – Danny L Harle (Pc Music) e Kevin Parker (Tame Impala).
Per primo a spoilerare ciò che il disco avrebbe dovuto contenere è stato Mark Ronson, co-produttore della hit Dance The Night contenuta nella colonna sonora di Barbie (dove la cantante 28enne ha anche recitato). La mirrorball che a un certo punto si schianta a terra nel videoclip rappresentava per lui la perfetta metafora di ciò che sarebbe cambiato nel nuovo lavoro: quella fase della sua carriera – inequivocabilmente la disco – veniva dichiarata finita e se ne apriva un’altra.
Ad alzare le aspettative dei fan ci ha poi pensato la stessa Lipa, elencando una serie di influenze che andavano dai Massive Attack ai Primal Scream, dal brit pop alla rave culture. Ma a partire dal singolo lancio, Houdini, era chiaro che l’impianto – un artigianato pop ballabile, affascinato dal passato – non sarebbe stato stravolto e che, anzi, si sarebbe dovuta fare un’unica grande premessa riguardo allo spirito della produzione e alle sue influenze.
In Houdini batte il cuore di Harle ma a caratterizzarla è un tocco Kevin Parker declinato sull’asse dell’ormai paradigmatico Random Access Memories, una disco (electro funky) che viaggia indietro nel tempo immaginando un fallout di retro-futuri 70s e 80s. Il french touch, e dunque non solo i Daft Punk produttori innamorati della disco, è poi evidente in Illusion, brano che paga pegno e riconoscenza nei confronti di Kylie Minogue (il videoclip è girato nella stessa piscina barcellonese come esplicito omaggio). Ma se è vero che la hit virale/globale rimane un imperativo come lo era per Future Nostalgia, la disco music da queste parti trasla spesso su un dance pop non proprio psichedelico come avrebbero voluto i fan di Parker ma neppure all’altezza delle alte ambizioni.
Smussare troppo gli angoli, togliere ogni sbavatura, ottimizzare ogni volume e arrangiamento, sono operazioni che possono avere un costo in termini di empatia, immediatezza e affezione da parte di una platea massimamente eterogenea. E quando a mancare è il ritornello killer, non tutto gira secondo le ambizioni dei protagonisti. In una scaletta corta come questa è un problema, come lo è il chorus di Falling Forever in quota Eurovision. Emblematico poi che l’unica (mancata) ballad del lavoro, Anything for love, inizi con piano e voce per virare frettolosamente verso un uptempo danzereccio senza lasciare alcunché dietro di sé. O che la chitarrina + elettronica di French Exit e, soprattutto, Maria, non abbia neanche metà dell’appeal della Madonna cowgirl d’inizio 00s ma più in comune con produzioni come Rush dei Måneskin (alla co-produzione qui troviamo in via eccezionale Andrew Watt).
I numeri degni di nota non mancano e sono tutti nella prima parte della scaletta. La psichedelica (questa sì) opener End Of An Era, l’indie pop dance di These Walls e la funky – e vagamente Quincy Jones – di Watcha doing sono tra questi e dimostrano quanto Dua Lipa sia cresciuta come interprete e, in definitiva, come star (vedi l’encomio che le ha fatto di recente Patti Smith per il Times). La sua voce è stata alzata davanti al mix e il suo timbro, riconoscibilissimo, tiene benissimo la scena così come ora fanno le sue mosse di danza nei relativi videoclip, invertendo una tendenza che in passato aveva rischiato di rovinarle la carriera.
Il terzo album di Dua Lipa è un vivido sogno euro dance confezionato da un team di abili artigiani. Un disco di tormentoni con il french touch, di disco e dance. Con un suo tocco psichedelico e retrò. È un disco fatto senza produttori superstar ma ugualmente pensato per dominare le classifiche, proprio come quelli Kylie Minogue. Non è il solito mainstream a favore di piattaforme di streaming. Produzione a parte, testimonia la cifra a tutto tondo di una popstar elusiva, molto british nel tenere separate vita privata e vita pubblica. E non sono certo questi i difetti di un disco che, è vero, non ha tutti assi nel mazzo ma rappresenta una tappa necessaria all’interno di una carriera soltanto agli inizi.
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