Nel campo della pubblicità e del marketing la narrazione è tutto. E quella che il management di Dua Lipa ha messo in campo per il suo lavoro di prossima uscita ha il fascino delle grandi pubblicazioni discografiche.
La prima mossa è stata quella di adombrare una conversione psichedelica, facendo immaginare a fan e media una svolta “indie” nello stile di Taylor Swift, con la differenza che il team della popstar di origini albanesi kosovare sembrava volesse puntare a Kevin Parker e alla sua proposta 70s disco piuttosto che al folk boschivo di album come Folklore e Evermore.
Conoscendo il caso Swift con Aaron Dessner dei National, era chiaro che nemmeno Dua Lipa si sarebbe messa a cantare sugli arrangiamenti dei Tame Impala e, infatti, Houdini, primo singolo del nuovo lavoro in arrivo quest’anno, aveva più in comune con la produzione più funk di Random Access Memories dei Daft Punk che con The Slow Rush.
Di fatto una mossa coerente rispetto alle hit retro dance di Future Nostalgia, l’album che l’ha incoronata disco diva sulla falsariga di Kylie Minogue in un momento storico in cui il mercato sembra ancora affamato di queste sonorità, vedi appunto Tension dell’iconica popstar australiana e il successo globale di Padam Padam, ma anche il revival 90s imposto da Beyoncé con Renaissance, un lavoro paradigmatico tanto che pure l’ultimo singolo di Ariana Grande ne sembra un calco diretto (e non una risposta).
Alla produzione di Houdini più che il tocco di Kevin Parker si sente quello di Danny L Harle che da Pc Music in avanti si è imposto come produttore alternativo e poi istituzionalizzato, al servizio cioè di quelle che poi sono diventate popstar a tutti gli effetti come Charli XCX, in minor misura, Carly Rae Jepsen e, non ultima, la più sofisticata eppure spendibile Caroline Polachek.
Leggere su Official Charts e sulla coverstory di Rolling Stone, che il successore di Future Nostalgia sarà un tributo alla rave culture UK, ai Massive Attack, ai Primal Scream e al Britpop in particolare pensando a Liam Gallagher e Damon Albarn, è pura operazione marketing. Anche perché 8 delle 11 canzoni del disco in arrivo quest’anno sono state firmate dallo stesso team dietro al lead single, che oltre a comprendere Harle e Parker, include i parolieri Caroline Ailin e Tobias Jesso Jr. Non proprio il personale dietro a Katy Perry o la sopracitata Arian Grande, ma ugualmente un gruppo di persone consapevoli dei meccanismi del mainstream contemporaneo, di un brand che muove grandi numeri, e di un mercato vastissimo che ama more of the same e non certo i “major sonic re-set” paventati da una stampa generalista che manda ancora a memoria le trasformazioni di Madonna.
A confermare che la componente retro disco sarà una costante anche del nuovo lavoro è Dance The Night, il fortunato singolo co-prodotto da Mark Ronson per la colonna sonora di Barbie. Ed è proprio il noto produttore britannico, che ha già ascoltato le nuove canzoni, a farsi funzionale alla comunicazione del disco. A suo avviso rappresenterà un cambiamento di passo già inscenato proprio nel videoclip relativo al brano prestato alla pellicola dei record. Lì si vede una mirroball cadere e distruggersi, come dire – afferma il buon Ronson – che la popstar sta simbolicamente calpestando quella fase della sua carriera per dirigersi verso il prossimo capitolo della sua carriera artistica”.
Detto altrimenti, una narrazione funzionale al racconto di un album che non sarà la risposta a nessun disco pubblicato negli anni ’90 ma che potrebbe confermarla hit maker e interprete di livello sulla scia della sopracitata Minogue che, a sua volta, ma questo più avanti nella sua carriera, ha sperimentato più “svolte”, o meglio album a tema, anche solo come strategia di permanenza di lungo corso nell’industria musicale.
Nel caso di Dua Lipa è ora il momento di capitalizzare un successo già globale, di ampliarne la portata, il pubblico, banalmente i numeri dello streaming. Nel disco ci sarà senz’altro quella retromania dance e 90s che ha dimostrato di avere i numeri per trionfare sulle piattaforme digitali e – magari – qualche pezzo più lento ad accarezzare la parte più spendibile del trip hop. Non aspettatevi Screamadelica, da lei citato come influenza assieme a Moby, Gorillaz e chi più ne ha più ne metta.
