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7.5

Un album corale e intenso che rivive la tradizione hip hop equilibrando nowness e tocco classico. Questa la recensione pillola di Compton senza gli annessi e connessi contestuali (se non storico–sociologici), che però mai come qui appaiono necessari e definenti. Questo album di Dre si trova all’intersezione di tanti cerchi, personali e pubblici, che in esso vogliono trovare la propria chiusura. La parola chiave è autocelebrazione.

Nel 2009 Dre e Ice Cube mettono in cantiere il progetto di un biopic sulla storia del loro gruppo, i Niggaz Wit’ Attitude, punta di diamante del fenomeno gangsta. La regia è affidata a Felix Gary Gray, che ha già lavorato con il Cube hollywoodiano (sullo schermo sarà interpretato dal figlio–sosia O’Shea), la produzione è targata New Line (costola della Warner), la distribuzione affidata alla Universal. Tutta la lavorazione del film è puntellata da scandali, in perfetto stile gang–star: la call per il casting è razzista e sessista, sul set non si contano incidenti e feriti e, soprattutto, ogni episodio scomodo nella storia del gruppo – in particolare gli episodi di violenza ai danni di donne, il più clamoroso dei quali vide come protagonista la giornalista Dee Barnes – viene espunto dalla sceneggiatura finale (Dre si scuserà in tutte lingue, sottolineando di “non essere la stessa persona di 25 anni fa”).

Ecco, durante le riprese, concentrate per lo più lungo il 2014, Dre resta come ipnotizzato dal racconto della propria stessa storia in guisa di epopea moderna, la parabola di un gruppo di ragazzacci di talento alla conquista del ghetto prima e dello star system americano poi, incorniciata dalla fondazione di due case discografiche, la Ruthless di Eazy–E e Jerry Heller (sullo schermo, Paul Giamatti) e la Aftermath dello stesso Dre (sui titoli di coda, anzi, si arriva fino alla faccenda Apple Music). Dre decide di cavalcare l’ispirazione del momento, per quello che sarà il suo ultimo – non latest, ma proprio last – album (il più volte annunciato Detox non vedrà mai la luce, pare, perché giudicato di “scarsa qualità”).

Compton, allora, è la colonna sonora non reale ma ideale di Straight Outta Compton, una soundtrack laterale ispirata dal film mentre il film veniva girato, una specie di traduzione in musica dello spirito del biopic e dei suoi presupposti estetici e ideologici: un sogno diventato realtà (It was all a dream, ripete ossessivamente il primo pezzo, ammiccando a Juicy di Biggie, citazionismo lirico questo che caratterizza l’intero lavoro), una realtà diventata business (For the Love of Money), un business diventato larger than life (generando figli degeneri, vedere il cazziatone senza sconti di Satisfiction). Il tutto all’insegna dei cliché–baluardo del genere (misoginia inclusa, vedere la sceneggiata horror di Loose Cannons), in un diluvio inarginabile di fuck, celebrando due totem senza i quali l’impero di Dre non avrebbe mai potuto essere: la passione e la cattiveria. In altri termini: l’autenticità.

Come sempre Dre fonda il proprio successo sulla capacità di grande orchestratore e miscelatore di talenti altrui e qui parliamo di una quintalata di ospitate di prestigio e cameo dei collab di fiducia: Kendrick Lamar, ovviamente Ice Cube, Snoop Dogg, Xzibit, Eminem i più universalmente noti (manca 50 Cent, i due sono da tempo in rotta). Ci sono i trick produttivi dei Duemila, gli incisi cantati ed effettati, ma ci sono anche e soprattutto una compattezza e un pathos – una foga – classici, profondamente radicati nel funk–soul, che riescono a livellare ogni possibile abbassamento formale servendo alla perfezione il disegno generale della trama. Animals, una delle basi più belle – e classiche – è firmata nientemeno che da Premier: è un pezzone da annali. Issues campiona Ince Ince Bir Kar Yagar, brano dei turchi prog–rock Selda già usato, tra gli altri, da Oh No su Ecstatic di Mos Def. Due fonti sono italiane: un pezzo dei Calibro 35 su One Shot One Kill e addirittura uno dei La locanda delle fate su For the Love of Money.

Arrivati alla fine, il senso del disco è sintetizzato for dummies da un Dre che rappa velenoso parlando la propria storia al proprio diario, in un tripudio di fiati jazzistici. E il senso è chiaro: di cazzate ne abbiamo fatte, ma abbiamo generato un impero, poche storie: noi siamo quelli veri, voi, niggaz senza attitude, avete solo preso la superficie del nostro discorso riproducendolo in blande imitazioni. Compton è un album corale e intenso, con una manciata almeno di pezzi di altissimo livello, il cui senso ultimo è quello del bignami che rimette con la penna blu i puntini sulle “i” della storia dell’hip hop americano.

Il film, 29 milioni di budget, già quasi 120 raccolti al box office, pare anche abbia aperto a un nuovo filone: all’orizzonte si staglia già un “sequel” che racconterà l’ascesa dei rapper della West Coast post–NWA, Snoop Dogg e Tupac in testa.

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