Recensioni

Entroducing (1996) by DJ Shadow, a.k.a name Joshua Davis (USA) was the first album to be recorded using only sampled sounds
(Guinness Book of World Records)
Pubblicato da Mo’ Wax il 16 settembre del 1996, l’album Endtroducing… non è solo il detentore di un record ufficializzato nientemeno che dal Guinnes dei primati. Sarebbe criminalmente riduttivo vederlo solo in quest’ottica. Ma per quanto il sensazionalismo intorno alla sua genesi non abbia di sicuro danneggiato le vendite, per lo meno al tempo della sua uscita, la sua importanza ed influenza vanno molto ma molto più in profondità e al di là negli anni.
Infatti l’influsso che l’album di debutto dell’allora ventiquattrenne dj e produttore californiano ha avuto non solo sull’hip-hop, ma – quasi fungendo da ponte – su mondi musicali apparentemente distanti ed inconciliabili come quelli dell’elettronica e del rock, si fa sentire ancora oggi. Nonostante questo, tanto la sua ostinatezza quanto il bisogno di cercare sempre nuove sfide artistiche, nel tentativo di risultare ad ogni costo originale, lo hanno tenuto lontano dalla tentazione di cercare di ricalcare lo stampo originale per dare al pubblico un seguito ideale a quel capolavoro.
La formazione artistica di Davis è stata frutto di una passione ossessiva per tutto ciò che concerne la cultura hip-hop, ed in particolare l’arte del turntablism. Da vero e proprio intruso di quella scena, essendo cresciuto nella west coast degli anni 70 ed 80, lontano dunque dai centri nevralgici di quel genere ancora in fase nascente, ha però avuto – un po’ per scelta, un po’ per necessità – anche la possibilità di sviluppare uno stile del tutto personale. Esattamente quello che agli inizi degli anni 90 ha attirato l’attenzione di James Lavelle, carismatico ed incontenibile sciamano fondatore della Mo’ Wax, etichetta con la quale DJ Shadow viene universalmente identificato per quello che riguarda la prima fase della sua carriera.
Fase questa iniziata con il singolo In/Flux / Hindsight, sorprendente biglietto da visita realizzato in collaborazione con i britannici RPM e rilasciato nel 1993 – e che per descrivere il quale il giornalista Andy Pemberton sulle pagine del mensile Mixmag coniò l’amato e odiato termine “trip-hop” – al quale fece seguito l’ancora più convincente Lost And Found (S.F.L.), arrivato nei negozi di dischi circa un anno dopo in formato split single assieme a Kemuri, altro seminale brano firmato dal giapponese DJ Krush. Come da copione in quegli anni, un terzo singolo – What Does Your Soul Look Like – servì a consolidarne la credibilità ed a far crescere le aspettative. In due delle sue parti quel brano infatti trovò, a più di un anno di distanza dalla sua pubblicazione, un posto nella tracklist dell’atteso debutto, con l’iconico campione tratto dalla canzone C’era Gia del nostro Gianni Nazzaro abbinato magicamente ad una frase di sax tratta da un album di The Heath Brothers a renderlo riconoscibilissimo ed indimenticabile. Questo a dimostrazione della quasi omnicomprensività dello spettro di input dai quali DJ Shadow in quel periodo si lasciava creativamente guidare. Tra i tanti artisti da lui campionati possiamo ancora trovare Tangerine Dream, Metallica, David Axelrod, Dizzy Gillespie, Giorgio Moroder, Billy Cobham, Stanley Clarke, Björk, Billy Paul, Foreigner, Beastie Boys, U2 e Gill Scott Heron. E questo solo per citare quelli piu ampiamente conosciuti.
Secondo la visione del suo autore, l’album rappresenta il quarto e finale capitolo di una serie realizzata ispirandosi all’estetica e alle atmosfere che contraddistinguevano in quegli anni l’etichetta Mo’ Wax. Il titolo “Endtroducing” non è infatti casuale, comprendendo la parola “fine”e la parola “presentazione”. Ovvero, la presentazione al grande pubblico del suo alter-ego artistico nel momento in cui una fase in divenire è arrivata alla sua conclusione. Ma là dove i singoli che lo avevano preceduto erano esoterici, lunghi onirici viaggi tra hip hop, jazz ed una attitudine quasi psichedelica, questo album risulta nei suoi sessantadue minuti di durata vario ed allo stesso tempo compatto, e soprattutto di grande, immediato impatto, pur restando lontano dai canoni di commerciabilità del genere.
Building Steam With A Grain Of Salt, Stem e Organ Donour diventano da subito marchi di fabbrica sonori del californiano, sorta di anthems strumentali tanto improbabili per la loro stranezza ed anticonvenzionalità – considerato il tipico sound dell’hip hop di quegli anni – quanto orecchiabili ed esaltanti; e in seguito usati ed abusati a mo’ di cavalli di battaglia nelle virtuosistiche esibizioni di scratch in cui il dj si è sempre dimostrato capace. Perche ricordiamolo, la giustapposizione di atmosfere e ritmi che all’ascolto dei suoi brani ha dell’irreale per forza evocativa e musicalità, è ottenuta grazie ad un uso della semplice combinazione tra un giradischi Technics SL-1200, un registratore Alesis Digital Audio Tape (ADAT) ed un campionatore, per essere precisi un Akai MPC60, la sua arma preferita in questa prima fase di carriera. A dimostrazione di come le limitazioni tecniche possano essere un incentivo per la creativita (o lo siano quasi sempre) ma anche di come volontá e caparbietà possano trionfare su i più vari ed apparentemente insormontabili ostacoli tecnici.
Tra i momenti piu rivelatori del documentario The Man From Mo’ Wax – dedicato alla figura del label owner, dj e produttore James Lavelle ed alla sua ascesa, caduta e parziale redenzione – le immagini amatoriali girate dallo stesso giovanissimo James all’interno degli scantinati di Rare Records, il negozio di dischi di Sacramento (lo stesso della foto di copertina) nel quale, nel corso di quasi due anni – dal 1994 al 1996 – ed in maniera certosina, Joshua ha scoperto, scelto e registrato uno ad uno i singoli campioni sonori utilizzati per i suoi brani (si parla di una cifra superiore ai cinquecento, non tutti ufficialmente dichiarati, ovviamente), pescando tra quantità industriali di vinili dei generi e delle epoche più disparate accatastati alla rinfusa. Se qualcuno ha visto questo luogo come un cimitero di sogni infranti nel quale il produttore ha dovuto compiere un obbligatorio bagno di umiltà prima del raggiungimento del successo artistico, chi scrive preferisce vederlo come una sorta di rito di passaggio non privo di un certo romanticismo, un percorso di apprendistato necessario. O forse (e qui si esagera chiaramente), per usare un tipo di immaginario caro alla sua stessa etichetta britannica, un divenire da classico fumetto di fantascienza con il protagonista che da nerd impacciato si trasforma, non senza sofferenze, in invincibile eroe dotato di superpoteri, qui alla sua prima titanica impresa. Joshua Davis/Peter Parker che diventa il misterioso DJ Shadow/Spiderman, tanto per azzardare un paragone “marveliano”.
A conferma dello status di classico che il disco ha raggiunto, le due ristampe uscite rispettivamente in occasione del ventesimo e venticinquesimo anniversario della pubblicazione. Mentre quest’ultima offre l’album rimasterizzato per la prima volta a metà velocità dal DAT originale in versione vinile, oltre a contenere un 7” del remix di Cut Chemist di The Number Song e appare come poco piu che uno sfizio per audiofili, la piu sostanziosa ristampa del 2016 arrivava sul mercato comprendendo rielaborazioni delle tracce originali ad opera di alcuni interessanti produttori contemporanei (Hudson Mohawke, Adrian Younge e Clams Casino tra gli altri) e inediti e rarità in forma di demo, versioni alternative e remixes. Tra questi, Midnight In A Perfect World, il brano più conosciuto, riuscito ed emozionante dell’album, qui presentato anche nel cosiddetto Gab Mix. Già contenuto nella versione single del brano originale, 1996 l’anno di pubblicazione, il remix si distingue per il rap del membro dei Blackalicious Timothy Jerome Parker aka The Gift Of Gab (per la cronaca, scomparso nel giugno del 2021), presente solo tramite brevi, improvvisi inserti scratchati nella versione ufficialmente riconosciuta.
Le due versioni a confronto rappresentano le due diverse facce della stessa medaglia. Infinitamente malinconica e dolce ninna nanna la versione originale – che intreccia magistralmente samples tratti da brani di Rotary Connection, David Axelrod, Pekka Pohjola (l’indimenticabile giro di accordi al piano elettrico), Meredith Monk e Baraka (le ammalianti voci femminili) – che qui si rispecchia in negativo con quella remixata che diventa urgente e minaccioso monito. L’avvertimento che non c’è più tempo da perdere e la mezzanotte si avvicina inesorabilmente. «There’s only seconds left, you’d like to second guess / But through your foolish ways you’ve literally beckoned death / So just don’t say you gave it all if you ain’t gave it all / Just fade it in the hazy purple twilight / No more time I tried to warn you all it’s now approaching midnight» Alla luce degli sviluppi di un’emergenza climatica e della conseguente catastrofe ambientale incombente, il brano acquista un inaspettata e sempre piu sinistra valenza profetica. E questi sono solo alcuni dei motivi per cui tornare ad ascoltare, a distanza di più di due decenni, questa pietra miliare degli anni 90. Alla (ri)scoperta di inedite sfaccettature e dettagli nascosti. Certi di trovare in esso, ad ogni ripetuto ascolto come se fosse la prima volta, inesauribile ispirazione.
Qualche anno fa, nel corso di un intervista rilasciata al magazine Rolling Stone, Joshua Davis rifletteva: «Sono incredibilmente grato per l’impatto che l’album ha avuto. La mia vita non è cambiata nel senso che tutto d’un tratto da povero sono diventato ricco. Non era nemmeno una questione di soldi, ma si trattava di quel tipo di disco (…) un po’ come il primo dei Velvet Underground, dove le prime centomila copie vendute vengono acquistate da centomila altri artisti. Se questo può essere remotamente vero per Endtroducing….., sarebbe già di per sé un incredibile risultato».
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