Recensioni

6.5

Per iniziare è necessario chiarire subito una cosa: mettersi all’ascolto di un nuovo album di DJ Shadow – o peggio ancora cercare di scriverne – senza che l’ombra lunga del suo primo Endtroducing finisca con l’incombervi sopra è cosa quasi impossibile. È successo in occasione di ogni sua nuova uscita discografica, dal suo secondo, pur molto interessante, The Private Press, fino a tempi più recenti. Tale e tanta la portata e l’ importanza di quel disco che si ha quasi l’impressione che quanto più il suo autore cerchi di allontanarsene e liberarsene, tanto più quello spettro torna puntualmente a rivendicare tutto il suo peso artistico. Realizzato usando, per necessità, esclusivamente samples estratti da vecchi vinili di vario genere e provenienza con mezzi limitatissimi – un Akai MPC60, un Alesis ADAT ed un giradischi Technics SL-1200, secondo le cronache – Endtroducing, come pure i singoli che lo precedettero di qualche mese –In/Flux / Hindsight, What Does Your Soul Look Like e Lost And Found (S.F.L.) tutti usciti per la leggendaria label Mo Wax – catapultarono l’hip hop in una nuova dimensione, diventando fonte di ispirazione per schiere di musicisti e produttori, dai Radiohead a Hudson Mohawke.

Dalla pubblicazione di quel rivoluzionario debutto ad oggi sono passati ventitré anni ed il sound del californiano è cambiato, se non evoluto, di molto. Tecnicamente, ma non solo: da una parte considerando il fatto che il sampling selvaggio, quello che ha permesso la creazione del magico sound dei suoi primi lavori -jazzy, organico, caldo, ipnotico ed atmosferico anche nei momenti più energici- è diventato un campo minato dal quale chi può si tiene ben lontano, e dall’altra seguendo il forte bisogno di sperimentare e non ripetersi che lo ha sempre animato. Arriviamo così a questo nuovo Our Pathetic Age, ambizioso ed eclettico doppio album, diviso in una prima parte che raccoglie brani prevalentemente strumentali mentre la seconda presenta una parata di rapper in veste di ospiti d’eccezione tra i quali spiccano i veterani De La Soul, Nas, Inspectah Deck, Ghostface Killah, Raekwon, Pharoahe Monch ed i Run The Jewels. Una logica suddivisione dei piani, sulla carta, che però all’atto pratico dell’ascolto presenta dei problemi.

Tutta la prima parte strumentale, nonostante le buone intenzioni e le velleità orchestral-cinematiche, proprio non decolla. Farraginosi i beat, fredde ed esageratamente “in your face” le sonorità che soffocano delle melodie che, in alcuni momenti, si rivelano potenzialmente evocative e coinvolgenti, incongruente la tracklist, resa ancora più inspiegabile dall’inclusione nella sua parte centrale del singolo Rosie – brano dotato di un certo potenziale che campiona Little Rosie dei The Phoenix Singers – interrompendo quello che già di per sé risulta come il percorso di una narrazione difficile da seguire.

Un peccato perché la seconda metà offre un onesto concentrato di hip hop di ispirazione 90s, godibile, fatto di sample e beat azzeccati, ricalibrati con mestiere per essere resi più aderenti all’era ed alle mode correnti. Nell’insieme però, Our Pathetic Age offre un esperienza d’ascolto piuttosto frustrante, risollevata grazie ai featuring dei già citati De La Soul e dei Run The Jewels – bellissima la loro Kings & Queens – e soprattutto, a sorpresa, dalla sentita partecipazione di Sam Herring dei Future Islands nella conclusiva title-track. Troppo poco e troppo tardi – e dispiace dirlo – per rimediare ad un’occasione in gran parte mancata.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette