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“It’s only rock’n’roll but i like it”, o per meglio dire “Ho fondato un gruppo / questo gruppo è tutto quello che ho / Non c’è cosa al mondo che più mi appassiona / Di un delinquente che canta / Di un delinquente che suona”. Federico Fiumani lo sa bene e vive il buon momento dei suoi Diaframma – rinvigoriti dal mai troppo celebrato Niente di serio del 2012, un po’ sottotono nell’ultimo Preso nel vortice – come un ragazzino cui hanno appena regalato la prima chitarra elettrica: godendoselo, grazie a un misto di noncuranza punk, trasporto e certi pruriti adolescenziali perpetuati perseguendo una mitologia rock ormai fuori dal tempo ma, chissà come, credibile. Quello che non riesce alla maggior parte dei musicisti della sua generazione arrivati al traguardo dei cinquant’anni, ovvero alimentare il Dorian Gray della propria gioventù artistica senza diventare macchietta, per Fiumani diventa una cosa naturale e immediata, specialmente dal vivo. E’ lui stesso a crederci fino in fondo, Peter Pan nel corpo (giovanile, beato lui) di un uomo ormai maturo che non ne vuole sapere di cambiare rotta.
E così il set di Natale al Bronson di Ravenna è un mix di grinta da giovinastro scapestrato, suono di una band impeccabile, affilata e che picchia durissimo (belli anche i toni squillanti della Rickenbacker del frontman) e un catalogo in cui brani storici e nuove pubblicazioni si fondono in un unicum coerente di wave-punk-rock-cantautorato. Un flusso sonoro che si esalta, talvolta sorprende (la rilettura della Venus dei Television) e in qualche caso non convince (la cover di Sunday Morning dei Velvet Underground), pur dando sempre l’impressione di essere ancora qualcosa da vivere fino in fondo.
Il Siberia ristampato di recente in vinile ed omaggiato in sede di concerto da brani come la title track (da Preso nel vortice, invece, citiamo a memoria Ho fondato un gruppo, Claudia mi dice, L’amore è un ospedale, Il suono che non c’è, in mezzo alle altre), non fa altro che chiudere il cerchio, convalidando la rispettabilità di un percorso musicale e umano che, proprio perché istituzionalizzato dalla Storia (e dai momenti bui e brillanti che si sono succeduti nel tempo), può ormai permettersi qualsiasi cosa. In questo senso, il Fiumani musicista/personaggio fa parte del quadro storico, della stessa mitologia, almeno quanto il suo disco più noto, con tutte le insicurezze e le contraddizioni del caso ma soprattutto con quell’entusiasmo da punk-star underground capace ancora di farci credere nella grande (e vitale) truffa del rock & roll.
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