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7.3

Se mettiamo in prospettiva la parabola di Devendra Banhart tra anni Zero e anni Dieci, non possiamo ignorare un progressivo senso di svuotamento, che però – alla luce di canzoni tutto sommato sempre abbastanza ispirate – deve forse essere ricondotto al dissolversi della cornice, ovvero al venir meno di quello strano luogo sonoro a suo tempo battezzato prewar folk. Quello spremere spettri antichi da frequenze misteriose, con spirito non tanto anti-modernista e neppure squisitamente nostalgico (se volete, era una specie di monito ammaliante che intendeva sottolineare lo svuotarsi irreversibile del vaso di Pandora causato dai vertiginosi cambi di paradigma dell’epoca), colorò la metà degli anni Zero di album seppiati, inafferrabili e perturbanti, languidi e al tempo stesso bizzarri, “eerie” secondo la celebre definizione di Mark Fisher, ovvero come di qualcosa che c’è ma non dovrebbe esserci, almeno non più e comunque non in quella forma. Joanna Newsom e appunto il Banhart furono i nomi di punta di questa peraltro breve ondata musicale, che ebbe comunque effetti e ricadute su versanti attigui, in primis nel folk in modalità weird o alt- (dalle Cocorosie a Marissa Nadler passando da M Ward e Langhorne Slim, solo per citarne alcuni) e impollinando persino la calligrafia di qualche insospettabile (la PJ Harvey di White Chalk).

Tornando al buon Devendra, tramontata quella stagione ectoplasmatica è sembrato aggirarsi sul fronte musicale senza abbastanza terra sotto i piedi, producendosi in lavori anche intriganti, tuttavia incapaci di metterne a fuoco la dimensione, in bilico tra esotismo misterico, cantautorato eccentrico e tropicalismo piacione (quest’ultimo, soprattutto). Da cui un pugno (scarso) di dischi lungo gli anni Dieci, anche buoni ma scivolati via senza lasciare segni durevoli nell’immaginario collettivo. Quindi arrivò l’interessante Ma, anno 2019, che da un lato sembrava chiudere cerchi (ospite la musa del prewar folk Vashti Bunyan) e dall’altro alludeva a nuove forme, a un divincolarsi dalle aspettative sul Devendra sempre al crocicchio tra latinoamerica e valvole surriscaldate. Altra ospite di quel disco era Cate Le Bon, destinata a rappresentare un’influenza centrale per le nuove mosse, fino a diventare addirittura la produttrice del nuovo e qui presente Flying Wig.

La svolta in termini di riferimenti stilistici è sconcertante: un’immersione nel bel mezzo sintetico degli 80s, versante romantico e noir, cioè tastiere che grondano languore cardiaco e inquietudini cibernetiche, chitarre che spicciano residui dark-wave e pennellano scie effettate al neon, melodie che sussurrano fantasie al tempo stesso eccitanti e sbigottite, estemporanee come la spuma di onde emotive sempre più rapide, alimentate da un fattore umano consapevole di vivere il transito tra due epoche, tra diverse concezioni di sé.

La voce di Devendra è un crooning dimesso, sfuggente, pratica un mormorio cupo (l’iniziale, bradicardica Feeling) che a tratti concede palpiti cremosi (la title track), permettendosi altrove slanci emotivi che fanno pensare a un Bryan Ferry narcotizzato (vedi la suadente – ma insidiosa – Sirens) o a un Marc Almond con le batterie esauste (il soul corroso wave di Twin).

Proprio questo senso di sintonia con frequenze dal passo lungo, denso e marginale, di suggestione pop che aggira la rimozione storica e filtra dai rottami delle vecchie categorie (mainstream, alternativo, radiofonico, underground…), ricorda spesso certi miraggi erratici targati Destroyer (si prenda l’assai suggestiva Fireflies o la sciropposa The Party), mentre in pezzi come May e Nun sembrano riaffiorare molecole folk Seventies, seppure come riprocessate da un circuito infestato di demonietti algoritmici.

In ogni caso, e nel complesso, pare essersi consumata un’inversione di prospettiva: il Devendra che pasteggiava con gli adorabili fantasmi di un tempo irrimediabilmente estinto, additando senza drammi apparenti – ma con un senso profondo di tragedia in corso – la frattura che si stava aprendo tra mondo analogico e digitale, passa con questo disco a frequentare spettri che vivono lo smarrimento del presente, simulacri anni Ottanta eppure contemporanei, non resuscitati ma riattualizzati perché adattissimi a raccontare il qui e ora, questo sporgersi incessante sull’ignoto dell’attimo successivo, sulla vaporizzazione delle narrazioni, dei modelli teorici, delle identità.

Assieme a Le Bon ha voluto dare vita a un album, parole sue, “crepuscolare”, registrando sempre a tarda sera e figurandosi di vivere “in un mondo post-apocalittico, semi desolato”. Sia riconosciuto loro il merito di non aver lasciato che questa impostazione (o concept che dir si voglia) soverchiasse la fragranza e la pregnanza delle canzoni, capaci di negoziare con naturalezza tra forme e polpa, tra solido e aleatorio, tra angoscia e attrazione. Canzoni che proiettano incubi senza perdere la tenerezza, il senso per così dire vintage della carne e dell’anima.

Flying Wig è il disco con cui Devendra Banhart torna a connettersi col presente, ad agganciare il senso del suo fare musica con lo spirito dei tempi. Forse significa maturità. Nella migliore delle accezioni.

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