Recensioni

Le 14 tracce del nuovo What Will We Be chiariscono finalmente portata e direzione della "svolta" preannunciata dal singolo Baby. Ebbene, il Devendra griffato Warner si presenta con un album che sembra lo spettacolo d’arte varia di uno cui sono rimaste più fissazioni che ispirazione. C’è da dire che le fissazioni sono di quelle che intrigano, anche se il modo in cui si accavallano e impastano non sempre convince: talora ti sconcerta, talaltra disturba, altrove ti ammalia.
Detto della vena latin soul e dello spasmo glam nelle tracce anticipate dal suddetto singolo, aggiungiamo che le recenti sbandate garage-psych sembrano come metabolizzate in una vena folk madreperlacea che sì riconduce all’originale "naturalismo", però fermandosi da qualche parte tra il Neil Young più oppiaceo (vedi le due Song For B) ed il Caetano Veloso londinese (Brindo, Angelika), per poi ciondolare da qualche parte tra Canterbury e Macondo (nella ineffabile Maria Leonza).
Ama stupirci restando seduto nella sua cameretta assieme agli amici neo-hippy, il caro Banhart. Fa l’estroso e si diletta a stemperare languori jazz Chet Baker nell’avanspettacolo latino di Chin Chin & Muck Muck. E cosa dire dei Black Sabbath speziati Ultimate Spinach di Rats? In definitiva, è un disco ricco di espedienti e qualche buona idea, ma in mezzo a tutto questo non riesce a farsi battere un cuore. E, di conseguenza, fallisce l’appuntamento con la magia.
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