Recensioni

7.3

Nell’ascoltare il nuovo lavoro di Destroyer non posso evitare di fare una considerazione preliminare, forse banale, ma che ha trainato ogni singolo ascolto dell’album: non sentivo una traccia d’apertura così meravigliosa ormai da qualche tempo. It’s in your heart now è infatti una sorta di Instant Karma tratteggiata à la Leonard Cohen, una catapulta che trasporta in quell’Iperuranio fitto di idee che è la mente di Dan Bejar.

Ma nemmeno il tempo di godersi l’altitudine che si ritorna sulla terra con la ruvida carezza della new wave, un inno all’ineluttabilità della sofferenza (Suffer) che ricorda tanto i New Order quanto un sutra buddhista (qualcosa di non molto lontano dalle parole di Solventi che, parlando di un brano dell’ultimo e ottimo Have we met, lo paragonava al «mettersi in cuffia Cohen a un party a base di Yazoo e Human League»). E così via, dieci tracce legate tra loro dalla contraddizione di non aver inseguito col compasso una coerenza ideologica, qualcosa su cui lo stesso Bejar ha riflettuto affermando seraficamente: «I think that’s supposed to be something I should be worried about, but I’m not».

Con una carriera importantissima alle spalle e quasi al traguardo del mezzo secolo, Destroyer parte dalle parole e intorno ad esse costruisce i vari momenti di Labyrinthitis. Poco importa se esse siano quelle tachilaliche di June, quelle melliflue di The last song, quelle taglienti e sussurrate di Tintoretto, it’s for you o addirittura quelle ambientali della title track: l’invito è a perdersi nella sua babele enigmatica fatta di riferimenti diretti e indiretti all’arte, alla letteratura, al cinema. Un esercizio quasi ermeneutico che potrebbe far cadere nella trappola del «nothing ever means anything» (come ha osservato il Guardian) e rendere il lavoro di Bejar un mero esercizio stilistico, quasi un lusus intellettuale. Interpretazione comprensibile.

Tuttavia il pregio di Labyrinthitis si trova proprio nella negazione di quel “vale tutto” cui abbiamo accennato, nello specifico grazie a due livelli di interpretazione: il primo, più istintivo e immediato, lo rende immediatamente fruibile grazie al suo carattere multiforme ed eclettico; il secondo, più profondo e stratificato, ne fa qualcosa di simile ad un lascito spirituale da interpretare progressivamente. Il ritorno dopo la digestione della pandemia coincide con uno dei momenti più alti della carriera di Destroyer e con un auspicabile modo nuovo di approcciare la musica, più metafisico e meno cerebrale. Dan Bejar è già in viaggio.

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