Recensioni

Nel corso della sua lunga carriera, cominciata nell’ormai lontano 1996 con il debut a firma Destroyer, We’ll Build Them a Golden Bridge, Dan Bejar ci ha abituati alle sorprese e ai cambi di rotta. Prima, ci sono stati i viaggi lungo i binari di un folk visionario e denso di atmosfere sotto il moniker Destroyer, poi l’esperienza con i New Pornographers ed infine la partecipazione al progetto Swan Lake. Lavori e percorsi sempre caratterizzati da una forte voglia di sperimentare, che torna anche in Five Spanish Songs, EP in cui il Nostro riveste nuovamente i panni del suo alter ego solista.
Dopo un Kaputt del 2011 in cui dichiarava di essersi ispirato a numi tutelari quali Bryan Ferry, Ryuichi Sakamoto e Gil Evans, stavolta il punto di partenza è Antonio Luque, musicista sivigliano meglio conosciuto con il nome di Sr. Chinarro. Una personalità che Bejar ha deciso di omaggiare riprendendone i brani riproposti in Five Spanish Songs, attraverso un’operazione che è un tributo a Luque, ma anche un omaggio al background personale del cantautore, nato e cresciuto in Canada ma di origine spagnole.
La decisione di cantare in spagnolo, dunque, non arriva soltanto dalla scelta delle canzoni, ma anche dalla volontà di misurarsi con un lingua che offre, a sua detta, maggiori possibilità di interpretazione rispetto al solito inglese, tanto nella musica quanto nelle parole. Il risultato sono brani che esulano da qualsiasi definizione, immersi tanto nella leggerezza del pop contemporaneo quanto in un folk “diverso” e altamente ricercato. A testimonianza, la ninna nanna Maria De Las Nieves, con quel suono languido e sensuale che permea poi tutto il disco, e che si pone a metà strada tra la preghiera e l’invocazione, quasi a voler suggellare il mistico folclore della cultura iberica.
Una girandola di rimandi e riferimenti sempre diversi tra loro, come dimostrano il jazz-swing di El Monton, con le note pizzicate dell’acustica che invocano Django Reinhardt, o le scariche elettriche di El Rito, unico pezzo rock del lotto venato tuttavia da quell’esotismo caraibico che ritorna un po’ ovunque nell’album e ben evidenziato dagli echi samba e disco della successiva Babieca. Elementi, questi, che mettono in mostra la perizia filologica del musicista di Vancouver. Un artista che, andando oltre la semplice riproposizione e citazione di pezzi peraltro poco conosciuti, è riuscito a ricreare un songwriting naturale e personalissimo, sospeso nelle suggestioni di una Cuba onirica e decadente e calato in un presente in cui canzoni all’apparenza leggere raccontano invece un viaggio tra musica e memoria.
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