Recensioni
Che la (sempre sia lodata) Die Schachtel non fosse interessata soltanto alle produzioni d’avanguardia dell’oggi ma che si concentrasse anche e soprattutto sulla riscoperta di dischi, musicisti, “situazioni” ormai dimenticate, non è una novità. I recuperi di Luigi Nono, del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, delle esperienze allo Studio di Fonologia di Milano, del Prix Italia e dei radioplay di Berio, Maderna, Rota tra gli altri, non sono che esempi di un gusto per la ricerca che va al di là anche delle sensazionali riproposizioni estetiche, dimostrando una visione a 360 gradi da parte dei curatori Bruno Stucchi e Fabio Carboni, veri e propri “ricercatori del passato” musical-artistico italiano. Poco, dunque, sfugge all’orecchiocchio vigile dei due, e quindi non sorprende che dal nulla – leggasi da qualche archivio polveroso del Teatro dell’Elfo di Milano – sia spuntato un nastro con le registrazioni delle musiche di scena che proprio Stratos realizzò in collaborazione con Paolo Tofani.
Lo spettacolo era il “Satyricon ’79”, adattato da Petronio e ispirato dal film di Fellini, andato in scena proprio al Teatro dell’Elfo con la regia di Gabriele Salvatores in quel 1979 che avrebbe visto, proprio a poca distanza dalla rappresentazione dell’opera, l’improvviso peggioramento e la morte di Stratos. Satyricon ’79 è quindi, a tutti gli effetti, l’ultima manifestazione fisica dell’artista che più di tutti ha lavorato con, sulla, attraverso la propria voce, ma è anche una testimonianza preziosissima grazie al lavoro di Bruno Stucchi che ha compiuto una eccellente ricostruzione filologica sia dell’opera che della genesi compositiva, i cui frutti sono visibili nel fluviale booklet grazie alle interviste condotte da Stucchi con gli attori e con Salvatores, alla riproduzione del copione originale e alle tantissime foto di scena.
È quindi un colpo al cuore sentire la voce di Stratos in Scuola di retorica, Orgia o Proseleno, così come le varie interazioni con suoni trovati (il canto delle balene in Naufragio), strumenti etnici di mondi lontani (violini mongoli, Genggong balinesi e flauti di pan) ed elettronica d’avanguardia che rendono questo oggetto, perché chiamarlo disco è decisamente riduttivo, più di una testimonianza, più di un fermoimmagine, più di un portale spazio-temporale: è (purtroppo) l’ultima opera di un qualcosa di irripetibile che rispondeva al nome di Demetrio Stratos.
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