Recensioni

I Deftones proseguono a collezionare figure iconiche nel loro personale bestiario bianco. Era già accaduto con il capolavoro White Pony del 2000 e con Diamond Eyes del 2010, riaccade oggi con il decimo capitolo in lungo, intitolato private music, sulla cui copertina campeggia un serpente albino. Se proprio da Diamond Eyes, e dal successivo Koi No Yokan del 2012, una ruvida accoppiata, è di ritorno anche il produttore Nick Raskulinecz, la new entry in studio è invece il nuovo bassista Fred Sablan, a dare man forte alla line-up storica costituita da Chino Moreno, Stephen Carpenter, Abe Cunningham e Frank Delgado, per la prima volta tutti assieme a incidere, tra Malibu, Joshua Tree e Nashville, dall’epoca della pandemia (ecdysis porta con sé un clima post-apocalittico a bollore, mentre infinite source sembra di risposta celebrare il potere del rock on stage).
private music giunge infatti a cinque anni di distanza dal precedente e ottimo Ohms, con il duplice desiderio di continuare a sputare veleno e suonare tuttora freschi, oppure di continuare nel solco di una riconoscibilità non soltanto generazionale – “Join our parade or be left out”, si canta nel ritornello di locked club – e non smettere di evolversi. Nonostante i chitarroni abrasivi di Carpenter saettino spesso e volentieri, la cornice nu-metal è sempre andata stretta a Moreno e soci, capaci di inglobare all’interno della loro proposta influenze shoegaze, new wave e dream pop, oltre che inserti elettronici tra sperimentazione e hip hop. Cose che non a caso frullano nel groove utopico-sognante di ~metal dream.
Il primo singolo my mind is a mountain è arrivato nel segno di una rappresentativa aggressività, sebbene inconfondibilmente pervaso dalle linee vocali melodiche di Moreno (i think about you all the time è una vera e propria ballatona romantica), a suo agio comunque sia, superfluo ricordarlo, persino nei momenti screamo o nelle accelerazioni semi-rappate. Un singolo peraltro conciso, sotto i tre minuti di durata, come concisi sono quasi tutti gli altri episodi in scaletta, uniti tra loro in un unico, scorrevole flusso, a eccezione di una souvenir vagamente tooliana dalla coda strumentale dark ambient e della conclusiva departing the body, dai toni quasi crooneristici a dispetto del suo mood sci-fi.
A sorprendere sono le potenzialità alt-pop di milk of the madonna: non un omaggio a quella Veronica Ciccone che, molto tempo fa, contribuì a far ottenere il primo contratto discografico alla band di Sacramento, bensì un’ispirata cartuccia dal ritornello tanto semplice quanto efficace nel fondere riferimenti biblici e fervore («Holy Ghost / I’m on fire / Holy Spirit / I’m on fire»). I testi parlano comunque sia, in generale, della bellezza e dei pericoli della natura, della sfida di coltivare una mentalità positiva e delle visioni di un viaggio al di là del mondo fisico. A parte le listening session al buio di lancio, il concetto di una musica privata, dunque altamente emotiva, applicato a una materia prima che nasce e resta ad ogni modo heavy condensa alla perfezione l’immarcescibile essenza biforcuta della formazione californiana.
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