Recensioni

Se parliamo di rock in senso stretto, Infinite Granite era forse l’album più atteso di questa strana estate. Il tutto in virtù di una serie di predecessori che andavano a elidere in modi sempre più raffinati il confine fra rock estremo e pop psichedelico. Certo, Sunbather ha fatto scuola inaugurando una formula che ha finito per essere una delle più specifiche e imitate dell’ultimo decennio. L’intuizione di far flirtare black metal e shoegaze non era neanche troppo innovativa, ma ancora nessuno l’aveva realizzata con tale passione, sapienza e coesione.
Ancor più che con il disco d’esordio, però, è con l’ultimo Ordinary Corrupt Human Love (inesauribile fucina di spunti creativi che a band meno ambiziose sarebbero bastati per l’intera carriera) che il combo californiano si è mostrato capace di scandagliare quel posto ancora poco esplorato fra oscurità abissale e trasfigurazione estatica, mostrando come il metal (ma più in generale, la musica estrema fatta con le chitarre) resti uno degli ultimi laboratori culturali del rock.
A questo punto, si attendeva il passo in una direzione che non poteva che essere quella di Infinite Granite. Difficile immaginare un album altrettanto calibrato, da essere in grado di rompere col passato e inserirsi al tempo stesso sulla scia dei vecchi lavori. Ok, George Clarke ha quasi completamente accantonato il growl (salvo ricorrervi quando l’imperturbabile crooning si trasforma in abbandono emotivo). Ancor più che al cantato, però, è alle raffinate texture chitarristiche (che dall’impalpabile luminescenza di certi passaggi finiscono per coagularsi in grumi di caos oscuro) che si devono le sonorità ultraterrene di brani come Shellstar e Lament For Wasps.
Contestualmente, nonostante si sia già letto il contrario, i cromosomi del metal sono ancora chiaramente presenti nel patrimonio genetico della band. Lo si percepisce per come l’epicità fatalista del black permea ancora le grandiose architetture sonore di The Gnashing. In generale, lo si legge in un gradiente tecnico sconosciuto alla platea dello shoegaze di ieri e di oggi. Su tutto spiccano i calibratissimi pattern ritmici, che anche in assenza di blast beat restano precisi, serrati e mai banali. Rappresentano il motore a propulsione che lancia nello spazio brani come Villain e che impedisce al sound dei Deafheaven di sfociare in mero deliquio estatico.
La domanda a questo punto è: cosa si è guadagnato (e cosa si è perso) nel corso di questo assestamento? Per certo si è smarrito un certo grado di diversità che spiccava nel lavoro più recente, in cui ogni canzone faceva storia a sé e si consumava come parte di una messinscena incentrata sul tema della caduta a della redenzione. L’afflato etereo, decisamente prevalente, ha uniformato le atmosfere e aggiunto nitore a un ecosistema sonoro che un tempo appariva più visionario nei passaggi concitati. Oltretutto, quando le trame si dilatano e il chitarrismo si fa impalpabile, le melodie faticano a cristallizzarsi in qualcosa di memorabile (ma qui si tratta di un problema comune a gran parte dell’universo dream pop). Da questo meccanismo si salvano i momenti più concisi e concreti come la bella Great Mass Of Color, il cui riff è abbastanza ruffiano da posizionarsi non troppo lontano dagli ultimi Ride.
L’altalena emotiva è stata pertanto barattata con un album più omogeneo, che segue le più convenzionali traiettorie quiet/loud del post rock, ma si distingue per la cura e la complessità con cui la band intesse il proprio wall of sound, dispiegando tutto il proprio potenziale per costruire cattedrali sonore che non si può fare a meno di ammirare.
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