Recensioni

All’altezza di Sunbather, il secondo lavoro della band che nel 2013 la portò all’attenzione delle testate specializzatee delle platee festivaliere, l’indovinello che ci proponevano i Deafheaven suonava più o meno così: “cosa succederebbe se qualcuno per gioco tagliasse la testa al black metal della Bay Area di San Francisco e la piantasse su un corpo tutto post-rock e schoegaze?” Un interrogativo studiato a tavolino per accendere l’attenzione un po’ snobistica e un po’ morbosa che l’uditorio indie nutre verso ciò che considera vagamente esotico e altro da sé. Gentrificare il metal estremo: si può? A patto di vestirlo di rosa, insegnargli a indossare la camicia, smussarne l’immaginario e inimicarsi per sempre le simpatie dei duri e puri del genere , la risposta pare essere affermativa. Lo dimostra il fatto che per un po’ di tempo il frequentatore-tipo del Coachella e di Pitchfork si è dilettato con l’idea di immergersi in una sottocultura musicale che non gli appartiene, autocompiacendosi per la sua apertura mentale.
Questo tipo di gioco però è destinato a esaurirsi in fretta, e a stancarsene per primi sono stati gli stessi membri della band. Se già il precedente New Bermuda aveva spinto verso una formula di difficile definizione, ad ascoltare questo Ordinary Corrupt Human Love, a cinque anni e due dischi di distanza dal primo exploit commerciale, si direbbe che i termini della proposizione siano stati rovesciati. La domanda che sorge spontanea scandagliando queste tracce non è più che cosa ci faccia un gruppo black metal in abiti indie, ma, casomai, che cosa ci faccia un cantato growl su un disco che chiaramente si definisce sotto tutt’altre coordinate. A fare da traino da queste parti è soprattutto la chitarra di Kerry McCoy, mai così spavaldamente in primo piano: spogliato dal groviglio di effetti e pedali che l’aveva reso così sfuggente in Sunbather, lo strumento si intreccia con il pianoforte dell’introduttiva You Without End, disegna trame che non avrebbero guastato nella produzione più energica dei gruppi chitarristici anni ’90 (i passaggi in marca Smashing Pumpkins nel mezzo di Honeycomb) e segue le cadenze di un discorso post-rock che abbiamo sentito pronunciare più volte, dai Mogwai in giù – si ascolti la ninna-nanna di Near. Nulla di inedito, chiaramente, ma il disco regge, e di tanto in tanto si ha l’impressione che funzionerebbe altrettanto bene anche se fosse interamente strumentale. Il corpo estraneo qui è proprio la voce di George Clarke, pienamente a suo agio soltanto nei brani più apocalittici (Canary Yellow, Worthless Animal) o in quelli programmaticamente tesi a recuperare il discorso metal.
Basterebbe il duetto con Chelsea Wolfe in Night Time a restituire il dilemma amletico di un gruppo scisso al proprio interno: da un lato la ricerca di alleati che riescano “rassicuranti” rispetto alle loro provenienze musicali, dall’altro la volontà di gettare il cuore oltre l’ostacolo e abbandonare il feticcio dei ritmi torrenziali e delle linee vocali urlate, per scrollarsi di dosso l’etichetta hipster metal prima che sia troppo tardi…
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