Recensioni

Alt, fermi tutti. Avete letto “lithium” nel titolo e che sono editi dalla Sub Pop e siete andati in brodo di giuggiole, vero? Sì, lo sappiamo, lo stesso è accaduto a noi. Ma i Deaf Wish non sono di Seattle, bensì di Melbourne, Australia, né c’entrano troppo coi Nirvana. O meglio, parte dell’immaginario da cui attingono – bene o male – è sempre quello, dallo sferragliare noise dei Sonic Youth alle derive hardcore di Hüsker Du e Dinosaur Jr., ma allargato negli orizzonti all’art-punk cavernoso e sincopato dei conterranei Birthday Party, alle gotiche ed eleganti arie new-wave degli Psychedelic Furs, alla matrice punk dei Ramones e a ritroso fino ai Velvet Underground, senza tralasciare frustate garage anni ’60 e influssi heavy di marchio 70s che si colgono in qualche riffone di chitarra che qua e là ogni tanto scappa. Derivativi al massimo, ma non per questo non originali. Il tutto senza (quasi) mai decelerare: la carica al litio, evidentemente, ha la sua bella resa. Anche perchè poi trovano pure il tempo e la lucidità per piazzare qualche melodia killer.
E nel metallico marasma in cui si affoga nei quaranta minuti scarsi di questa quarta fatica in studio (la seconda per la storica etichetta madrina del grunge) del quartetto di canguri si colgono perle quali la tribale FFSS, l’ipnotica Deep Blue Cheated, la strumentale title-track, nonchè le splendide The Rat Is Back e Afraid For You, che in merito al succitato discorso sulle melodie non hanno nulla da invidiare a penne ben più prestigiose. Ma è tutto il lotto di brani a offrire motivi di giubilo. Insomma, nel rendere omaggio a 50 anni di alternative rock, i Deaf Wish mettono in mostra pure una certa classe, quindi bravi davvero. Forse non il disco dell’anno, e forse niente di nuovo sotto il sole dal punto di vista delle sonorità, ma sicuramente una ventata di benedetta aria rock malsana e maleodorante, che in tempi di un politically correct spinto che ci strangola in ogni ambito del dibattito quotidiano, ci sta davvero alla grande.
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