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Anche i Dead Can Dance hanno iniziato con il punk. Primi anni ’80, Brendan Perry si muove nella scena locale di Melbourne, cambiando più volte band e musicisti di contorno. Gli piacciono i Joy Division, i Can, la musica industriale e il concetto stesso di musica d’avanguardia, ma con l’aggravante di saper suonare poco o niente. La prima volta che vede Lisa Gerrard, quest’ultima si esibisce da sola, suonando la fisarmonica e accompagnandosi saltuariamente con altri musicisti improvvisati. La quadratura del cerchio arriva con l’ingresso in formazione di Paul Erikson e Simon Monroe. Nonostante tutti i limiti professionali i DCD si fanno subito un nome e il pubblico aumenta rapidamente.

Fin dall’inizio si forma un piccolo gruppo di affezionati che aumenta fino ad un centinaio di persone nel giro di un anno. Il problema principale era dato dalle sterminate dimensioni australiane, perché la distanza tra le principali città era difficilmente colmabile per gente squattrinata e alle prime armi come loro, quindi si finiva con il giro dei soliti locali di Melbourne, supportando solo occasionalmente band più grandi. In pratica, un vicolo cieco. E’ stato questo il motivo principale per cui Brendan Perry e Lisa Gerrard decidono di fare armi e bagagli e di partire per l’Europa.

Quando arrivano a Londra, nel 1982, sono i primi anni di governo della Thatcher e il Regno Unito sembra improvvisamente calato in un grigiore depressivo da cui era difficile non farsi incupire. Dei due, la più romantica è la Gerrard che ricorda spesso quegli anni, con uno sguardo retrospettivo pieno di nostalgia. Intervistata qualche anno fa, proprio sul fascino di quegli anni, non ha mancato di sottolineare l’apparente incongruenza tra la vita nei bassifondi e la vocazione alla propria musica, anche a costo di rimetterci in salute. Non a caso parla scherzosamente di un video apparso su Youtube che riprende il soundcheck di un concerto a Bedford tenuto il 7 luglio 1984, in cui i due sono magrissimi e sembrano decisamente malati.

Con l’aiuto di Peter Ulrich fanno il giro delle etichette con un demo tape di quattro canzoni: Fatal Impact, Frontier, A Passage In Time e The Trial. Gli risponde solo Ivo Watts-Russell, con parole di sincero apprezzamento, ma mettendo pragmaticamente le mani avanti perché 4AD all’epoca era ancora piccola e si era impegnata molto nella promozione di X-Mal Deutchland. Il seme però era stato gettato e la voce della Gerrard aveva colpito molto Russel, notoriamente sensibile all’argomento (“I’m an absolute sucker for voices. Voices do things to my body that other things don’t”).

Da qui alla registrazione del primo disco il passo è breve. I due non hanno mai nascosto il loro malcontento su come suoni e sia stato registrato l’album. Perry lo definisce un disastro totale, colpa di un approccio ancora troppo ingenuo allo studio di registrazione. I due avevano nella loro testa un’idea ben precisa di suono, ma non avevano gli strumenti e il potenziale economico per avvicinarsi a quell’idea. Decidono di autoprodursi confidando nell’aiuto in studio di John Fryer, che si era fatto un nome soprattutto con Yazoo e Depeche Mode, ma si instaura davvero poco feeling con quest’ultimo, dal momento che i due cercano un sound meno artificiale e più acustico. La ricerca formale sui suoni, nonostante l’evidente immaturità delle registrazioni, è comunque già notevole.

Si cimentano in un esercizio primordiale di campionamento, con l’apertura di The Fatal Impact, presa dal film Zulu del 1964 e catturata direttamente dalla televisione su un registratore a cassette, salvo poi passare, per il resto del brano, all’utilizzo di tre barattoli di vernice vuoti, da cinque galloni, capovolti e legati insieme. Per non parlare dell’alternanza tra ritmi elettronici e acustici, con l’utilizzo di un drumsette, primitivo ibrido tra registratore a cassette e drum machine, o ancora una batteria elettronica vera e propria, come la Pearl Sycussion. Tutto questo, ovviamente, non faceva che rendere più complicata la quadratura tra volumi e tracce. Un aiuto prezioso gli viene dato da Robin Guthrie dei Cocteau Twins, con cui avevano cominciato a suonare come band di supporto, che di fatto regala la propria chitarra a Perry, dal momento che era dispiaciuto per la strumentazione spartana con cui stavano suonando.

Da un punto di vista iconico-tematico, il primo disco dei DCD, pur essendo largamente identificato come lavoro acerbo e minore – soprattutto se inquadrato in una discografia oggettivamente incredibile – rimane ancora oggi una preziosa fotografia di un momento in cui il suono inglese cercava di affrancarsi del tutto dal post punk. Non a caso saranno tra i principali responsabili di una incipiente voga eterea e con il successivo Spleen And Ideal abiureranno totalmente alla forma rock e alla chitarra tout court. Già in questo primo lavoro abbondano i brani eretici rispetto al canone post punk, come Ocean o Musica Eternal, che incorporando cadenze e inflessioni di musica medievale ed esotica, lasciano già intravedere quello che arriverà con i lavori successivi.

Non mancano tirate più pronunciatamente darkwave come The Trial o A Passage in Time, ma nell’economia del disco sembrano le battute finali di un discorso dalle coloriture ben più ampie. Complice anche il nome e l’artwork nero con la maschera tribale della Nuova Guinea, vengono quasi subito e forzatamente identificati con il gotico, limitandoli ad un’etichetta che per quanto apparentemente calzante, lascia intravedere davvero poco del loro multiforme mondo, dichiaratamente senza latitudini ed epoche.

Con un lied senza tempo come Frontier, che beneficiò anche di un videoclip per la successiva compilation 4AD Lonely Is An Eyesore, vengono inseriti nello stesso contenitore tenebroso che conteneva altri lavori usciti quell’anno come From Her To Eternity di Nick Cave and the Bad Seeds, Catastrophe Ballet dei Chritian Death o Dreamtime dei The Cult. Anche su questo però Perry e Gerrard non nascondono, la loro fiera alterità:

Eravamo semplicemente noi stessi. Non siamo mai stati quelli che seguono la moda. Avevo i capelli da paggio e la barba a pizzetto. Onestamente ero la persona più lontana che ci fosse dal goth. Lisa però aveva i suoi capelli da ‘Moglie di Frankenstein’ e lo abbiamo trovato piuttosto divertente, ma non per la quantità di lacca che ci voleva
Brendan Perry

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