Recensioni

Davide Tosches precipita sulla terra: al di là del gioco di parole scontatissimo ricalcato sul titolo del qui presente quarto album, ci sono un po’ di considerazioni da fare a proposito di un disco così anomalo nella sua apparente normalità. La terra – nel senso di territorio ma anche di terreno – per Tosches non è un concetto astratto, ma assai concreto, la dimensione stessa del suo quotidiano. Se finora i suoi dischi si sono consumati all’insegna di una vivida astrazione (in punta di folk variamente progressivo), era proprio per la concretezza da cui muovevano i temi, per la vicinanza al cuore di una realtà miracolosa nella sua – è il caso di dire – naturalezza.
Non stiamo parlando di un eremita, tutt’altro, eppure il cantautore piemontese sembra fondare proprio sulla distanza da ritmi e codici contemporanei standard il suo “sguardo”, intriso di strisciante incredulità per una natura semplice e misteriosa, fragile e potente, che persiste malgrado tutto nel qui e ora, sullo stesso piano di esistenza del presente tecnologicamente avanzato. Un tema in realtà antico come la musica stessa, quello della dialettica tra Natura e Storia, che nei tre dischi precedenti pubblicati da Tosches diventava trasporto intenso e stupito, intrinsecamente conflittuale quanto più il lirismo tendeva ad allestire trame visionarie. Tutto ciò era frutto in primo luogo della tensione tra l’autore impegnato a rappresentare il suo “mondo” (una rappresentazione a tratti pittorica: non a caso Tosches è anche un talentuoso illustratore) e la normalità così lontana così vicina in cui vivono i più.
C’è sempre stato insomma un senso di “monito” nella musica di Tosches, che in questo nuovo lavoro acquista una densità inedita, pure se lo fa grazie alla più sperimentata delle strategie in ambito canzonettistico: mettere al centro l’amore. Quello che sentiamo in Sulla terra sono quindi ballate dalle sonorità più corpose, dai testi più immediati, dalla struttura più riconoscibile, che potrebbero rimandare a certo cantautorato dei primi Ottanta (non posso fare a meno di sentirci echi di Mario Castelnuovo), anche se l’utilizzo di elettricità e tastiere fa pensare a situazioni anni Novanta (certa solennità CSI nelle melodie e una diffusa attitudine post-psichedelica à la Scisma), mentre il retrogusto fiabesco fa venire in mente persino il primissimo Max Gazzè.
Il risultato è un Tosches mai tanto assertivo, plastico dal punto di vista melodico e delle interpretazioni, a tratti arrembante, quasi che l’isolamento forzato e il distanziamento “igienico” di questi mesi lo avesse convinto della necessità di cambiare codice, di serrare le fila per instaurare un rapporto più stretto o, se preferite, contagioso con l’ascoltatore. Tutte le canzoni presentano in questo senso uno schema simile: le strofe sembrano processioni ipnotiche che ti accompagnano verso l’agnizione del ritornello, un consegnarsi al potere della melodia, che non è mai liberatoria né confortevole ma rivela casomai lo stato di perenne apprensione di fronte al mistero di ciò che – semplicemente – è. Vedi a tal proposito come i titoli delle canzoni, sostanzialmente privi di predicato verbale, sgranino un rosario di oggetti, soggetti e luoghi colti da un’oscurità assieme concreta e metaforica.
Soprattutto, è un disco che ti invita nel suo incantesimo di suono suonato (chitarre elettriche e acustiche, tastiere sintetiche e analogiche, violino e violoncello, sax anche in versione digitale…), una trama levigata ma sottilmente irrequieta, come se ogni timbro abitasse lo spazio con lo scopo di eccederlo e liberarsi. Vale anche e soprattutto per la voce, in bilico tra equilibrio e superamento del limite, alle prese con uno stupore scuro e febbricitante che dona alla solennità di Pioggia (presentata in due versioni), all’incedere grave di Sulla terra e al valzer onirico di Stelle nascoste la giusta vibrazione nervosa. Questi a mio avviso i pezzi migliori in scaletta, assieme a quella Diana che si candida come una delle migliori ballad italiane dell’anno (dovrà vedersela tra l’altro con quelle del compagno di etichetta Fabio Cinti, al cui Al blu mi muovo qui tra l’altro capita di pensare).
Sulla Terra ha tutta l’aria insomma del tipico album in grado di far compiere al suo autore il salto di qualità sul piano dei consensi e della diffusione, guardandosi bene però dal tradire la coerenza della calligrafia. Dopo quattro album di tale livello, mi sembrerebbe una consacrazione più che legittima.
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