Recensioni

Se ci affascinarono le palpitazioni minimali di Dove l'erba è alta, a due anni di distanza l'opera terza del piemontese Davide Tosches ci propone quello stesso trasporto incarnato in più robuste soluzioni elettroacustiche, cui contribuiscono i molti ospiti tra i quali il bassista Dan Solo (ex-Marlene) ed il violinista Andrea Ruggiero degli Operaja Criminale. Un bagno di concretezza verso forme se volete più consuete, sintonizzate sulla gravità della circostanza storica, che Tosches narra ponendo l'accento su una sensibilità contesa tra rapimento e sdegno, tra amarezza esistenziale e lirismo visionario.
Il folk rock urticante à la Crazy Horse si stempera con fragranze d'archi e fisarmoniche (l'invettiva tesa di Patriota), si spampana di fregole jazzy (strepitoso il sax di Carlo Actis Dato nell'infervorata Dove andiamo), s'incaglia nel dolciastro caracollare post-post-rock (la title track col suo arpeggio Early Day Miners e il mesto sdilinquimento tra De Gregori e Jason Molina). E' cantautorato che non rinuncia mai alla musicalità, anzi si aggira ad ampio spettro tra diversi fondali – non a caso Tosches è fotografo e illustratore – guadagnandone in suggestione, dal deserto resinoso di Terra (come un duetto solenne tra Umberto Palazzo e Cesare Basile) all'impressionismo bucolico della strumentale 22:47 (tromba crepuscolare tra brume Nick Drake), passando dall'onirica Ali (il trasporto incalzante di Joseph Arthur e le prospettive sospese di Filippo Gatti) all'evocativa Poco alla volta (l'angolatura sghemba Max Gazzé e l'enfasi pensosa Ivano Fossati).
E' un disco che tradisce fiducia nei propri mezzi dalla prima all'ultima nota, chiudendo con disinvoltura la triangolazione scrittura-arrangiamento-interpretazione. In ragione di ciò fieramente refrattario alla chimera del contemporaneo ad ogni costo. Chapeau.
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