Recensioni

7.1

Rispetto alla cosiddetta ambient music nutro da sempre (almeno) un dubbio: quanto cioè si basi su sonorità che intendano modificare la percezione dell’ambiente stesso (agendo sullo stato d’animo dell’ascoltatore) o quanto invece perseguano l’obiettivo di mimetizzarsi, quasi volessero convincerti che esalino dall’ambiente stesso, che ne fossero in qualche modo la sua continuazione sonora. Per quanto riguarda l’Italia, l’interesse per l’ambient music indubbiamente c’è, forse però manca una vera tradizione di musicisti ambient, a meno che non si forzi un po’ la mano e si vada a cercarli nella tradizione altresì gloriosa dei grandi autori di soundtrack. 

Questa premessa serve appunto a introdurre un album che è principalmente una colonna sonora, quella del documentario Accanto scorre il fiume di e con Marco Leone, il racconto di un viaggio – anzi: di un cammino – dalla sorgente alla foce del Po. Dell’accompagnamento musicale si è occupato, in modalità pressoché autarchica, Davide Tosches, uno dei cantautori più “atmosferici” in circolazione alle nostre latitudini, che su queste pagine apprezziamo dai tempi dell’esordio Dove l’erba è alta (2009) fino al più recente Sulla terra (2020). Il risultato è questo Beside Flows The River, una raccolta di (ben) tredici ballate strumentali (ad eccezione di My Cocoon, a cui Hugo Race regala un narrato cavernoso dei suoi), eteree, oserei dire pittoriche, sorta di quadretti ambientali – bucolici e oscuri – costruiti intingendo il pennello nella tavolozza del folk (e del blues) ma tagliando le tinte con ingredienti insoliti.

Il menù prevede chitarre slide ed e-bow, vibrazioni droniche e percussioni, ammennicoli vari e insoliti (tra cui uno di produzione propria, la “Kalimba del Monferrato”), tutto al servizio di umori da controra western, di una specie di ambient (appunto) desertica, nel senso di un folk che si è desertificato, svuotato di umanità e riconsegnato alla dimensione assieme sacra e scostante della natura. Una natura, come dire, osservata nel suo pulsare segreto, nel suo esserci laterale e immanente malgrado il nostro caos pervasivo, da specie presuntuosamente e disgraziatamente dominante. Ascolti, ed è come se il Ry Cooder di Paris, Texas cercasse di catturare l’ombra sfuggente di Brian Eno, facendosi largo in una geografia misteriosa con passo letargico Black Heart Procession, galleggiando spesso tra parentesi allucinate non lontane dagli ultimi Talk Talk.   

In quanto soundtrack, posso solo presumere che sia valida (non ho ancora visto il doc), ma come album funziona senz’altro, dimostra una coerenza espressiva forte e magnetica, pure se riesce con disinvoltura a farsi da parte in modalità “accompagnamento”, assumendo in tal caso il ruolo di colore di fondo suggestivo e inquietante. Ruolo che il nostro folk in genere fatica a indossare, perché naturalmente votato più a sfociare nella narrazione cantautorale che non in un disegno di pura, atmosferica musicalità. Per Tosches si tratta quindi di una dimostrazione di versatilità e padronanza considerevole, abbastanza sorprendente anche per chi (io, ad esempio) già ne conosce e apprezza il repertorio.

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