Recensioni

Parigi, giorni nostri, capitolo uno. Un assassino-mercenario (Michael Fassbender) è nascosto ai piani alti di un palazzo, dentro un ufficio ancora in costruzione. È seduto su una sedia, posizionata davanti ad una finestra, ed è in attesa che il bersaglio entri nell’albergo situato dall’altra parte della strada. «Se non riesci a sopportare la noia, questo lavoro non fa per te» ci dicono i suoi pensieri, a ruota libera fino a quando un proiettile non partirà dal fucile di precisione. Nell’arco della giornata lo vediamo fare degli esercizi fisici con in cuffia gli Smiths. Le ore passano, le parole scorrono, la città continua a vivere, nulla sembra destinato ad accadere. La sera seguente, all’improvviso, la “commissione” appare in strada: è il momento di agire, è il momento della chitarra riverberata di How soon is now? (dalla raccolta Hatful of Hollow del 1984). Il killer si fonde con l’arma, l’occhio con il mirino, il suo sguardo con il nostro. «L’empatia è debolezza, la debolezza è vulnerabilità». Lo spazio si frammenta e il tempo rallenta in concomitanza al battito cardiaco, che deve raggiungere una frequenza tale da garantire la migliore delle esecuzioni. Il bersaglio è in compagnia di una escort. «Non improvvisare, attieniti al piano, gioca d’anticipo, non fidarti». Sparo.

Di finestre sul cortile è pieno il cinema di David Fincher, anche in senso squisitamente metaforico (The Social Network, 2010), e quest’ultimo The Killer non fa eccezione. Non fatevi ingannare da Mank (2020), dietro-le-quinte di Quarto Potere (Orson Welles, 1941), perché sarà sempre Alfred Hitchcock la guida spirituale del regista di Denver, lui e la sua ossessione per gli sguardi dati e ricevuti (l’atto di guardare come fondamento dell’arte cinematografica); è impossibile non pensare al fotoreporter di James Stewart (La finestra sul cortile, A. Hitchcock, 1954) quando vediamo il killer di Fassbender scrutare le strade parigine attraverso il mirino del fucile (e noi con lui grazie alle soggettive). Ma la lezione del Maestro del thriller classico si riconosce sia nel continuo svelamento della natura voyeuristica della cinepresa, sia nella febbricitante tensione provocata da un occhio che osserva e che indaga, a maggior ragione se ne conosciamo gli obbiettivi. Dunque possiamo affermare che il primo strato di senso di The Killer risieda sostanzialmente nella rappresentazione di tale dualità.

Nel corso del film Fincher si diverte a manipolare le aspettative dello spettatore, come se volesse dimostrare ancora una volta le sue capacità nel thriller (d’altronde ha contribuito a traghettare il genere nella contemporaneità). Basti vedere alla sequenza d’apertura sopracitata e a come, con enorme e invidiabile maestria, incatena ogni elemento al servizio della suspence: dall’esplosione dello spazio-tempo alla moltiplicazione dei punti di vista, dalla fotografia glaciale di Erik Messerschmidt alla struttura geometrica delle inquadrature, dalla superba colonna sonora di Trent Reznor & Atticus Ross al testo cantato da Morrissey («When you say it’s gonna happen now / Well, when exactly do you mean?»), dalla pedanteria del protagonista ai suoi battiti cardiaci monitorati dall’activity tracker (in pratica un conto alla rovescia). Così facendo il cineasta fonde l’esperienza spettatoriale con l’esperienza dell’assassino e di conseguenza, com’è solito fare, assottiglia e cancella il confine tra Bene e Male; ricordate l’abbraccio tra l’agente dell’FBI Holden Ford (Jonathan Groff) e il serial killer Edmund Kemper (Cameron Britton) nel finale della prima stagione di Mindhunter (2017-2019)?
Non è la prima volta che David Fincher sonda la mente dell’assassino o dell’assassino seriale, e non ci sarebbe nemmeno da ribadirlo dato che ci ha costruito sopra una carriera magistrale. Però è la prima volta che l’assassino è il protagonista (se non consideriamo Rosamund Pike in Gone Girl – L’amore bugiardo, 2014) e che i suoi pensieri sono l’unica visione del mondo offerta allo spettatore. Pur essendo tratto dall’omonimo fumetto di Matz e Luc Jacamon, il personaggio di Michael Fassbender è una sintesi dei precedenti assassini che il cineasta ha portato sul grande e piccolo schermo, come il predicatore John Doe di Se7en (1995) o il fuggitivo killer dello zodiaco di Zodiac (2007). In tal senso è significativo il suo anonimato, segno evidente di una natura liquida – digitale – che permette di contenere, sotto la maschera inespressiva dell’attore, una moltitudine di personalità (buone o cattive che siano). Tra queste c’è lo stesso Fincher e la sua “presenza” all’interno del film è il secondo strato di senso di The Killer, il più profondo e affascinante.

Allo stesso modo di Lars Von Trier, nel suo ultimo lungometraggio La casa di Jack (2018), David Fincher sembra voler paragonare il suo lavoro da regista al lavoro del killer. Meticolosità, assenza d’empatia e onnipotenza appartengono al killer dietro la sua arma come al regista dietro la sua macchina da presa; entrambi hanno il potere di decidere vita e morte dei bersagli/personaggi e il potere di costruire il set per i loro omicidi/film. Interessante è che il protagonista di Fassbender, pur professandosi uno dei migliori perché freddo e distaccato, sbaglia di continuo ed è questa sua umanissima fallibilità a scatenare la scheletrica trama di The Killer (un revenge movie violento con al centro una persona amata). I precetti esplicati nei primi venti minuti – capolavoro di regia – vengono messi in discussione capitolo per capitolo, episodio per episodio, omicidio per omicidio: la messa in scena dell’errore è la critica divertita che Fincher fa a sé stesso, essendo conosciuto e amato in quanto cineasta iper-maniacale, ma è anche il suo nuovo studio sulla vera essenza dell’esistenza umana (è dai tempi di Alien3, 1992, che i suoi complessi personaggi “sbagliano”).
Magari non tutto funziona a dovere in The Killer, soprattutto se ci si aspetta una storia ricca dei tipici colpi di genio di David Fincher. A fine visione, ovvero dopo due ore ad alta tensione, non manca la sensazione di aver assistito ad un compito eseguito senza infamia e senza lode; un compito affidato da Netflix, con i suoi pro e i suoi contro. Però in questo caso «execution is everything» (recita la tagline del poster), la forma è davvero la sostanza del film, l’esercizio di stile è davvero la sua ragion d’essere. E che stile.
Amazon
